Riporto qui alcune brevi riflessioni sull’architettura, maturate dopo la lettura dell’articolo di Giorgia Bordoni, Forsennare lo spazio urbano: la chance del politico nel materialismo della chora, che uscirà nel volume Post3: lo spazio. [Le citazioni sono prese dall’articolo in questione].
Sulla scorta del pensiero di Derrida, l’autrice sottolinea la necessità di ripensare l’architettura attraverso la “decostruzione”; di dare vita, cioè, a un’architettura “decostruttiva” dei cardini portanti sui quali essa storicamente si è fondata. Il punto principale da decostruire è il “paradigma della finalità”, quello per cui un’opera è rinchiusa nello scopo per cui essa è costruita, scopo che ne informa il progetto imbrigliandolo all’interno di una struttura rigida e immobile. Tale struttura non può non farci incontrare l’altro all’interno di schemi fissi, che non ce lo fa venire incontro mai come esso è, ma sempre mediato dallo spazio in cui ci troviamo. È per questo che l’architettura decostruttiva, ovvero un costruire decostruendo, deve aprire uno spazio che, con le parole dell’autrice, sia il ‹‹più desertico e sconfinato possibile: al fine di lasciare ad altri la libertà di venire senza essere previsto››. Poiché ‹‹una certa assiomatica dell’edificazione urbana presuppone una determinata connotazione del rapporto politico ed informa in modo altrettanto definito la modalità dell’incontro fra con-cittadini››, l’architettura dovrà essere pensata in modo tale da lasciare che l’altro si presenti a noi in quanto altro, e non imbrigliato in forme che lo modificano. In questo modo la decostruzione sposta ‹‹in una posizione subordinata i criteri centrali sui quali si è sempre costituita ogni teoria dell’architettura (abitabilità, funzionalità, valore estetico, politico, teologico, sociale, ecc.) e lascia che l’architettura si faccia cassa di risonanza dell’indecidibile e dell’inattuale alterità […]››.
A mio parere, come ben sottolineato da Gadamer in Verità e metodo, vi sono due punti, nel lavoro dell’architetto, non eludibili: ogni opera architettonica è inevitabilmente determinata dallo scopo per cui essa viene costruita e dal luogo in cui essa viene a collocarsi. Questi due fattori innervano il progetto dell’architetto, facendo di esso non una creazione assoluta, ma un progetto delimitato da una serie di elementi. Ciò fa si che l’opera viene a collocarsi entro uno spazio storico-sociale già dato e la bravura dell’architetto consisterà proprio nel cercare una mediazione tra il già esistente e il nuovo, evitando una duplice deriva: da un lato una frattura netta fra l’opera e il contesto in cui è inserita; dall’altro il dissolversi dell’opera nel contesto, che avviene qualora l’opera sia priva di originalità e si presenti come una riproduzione del già esistente.
La mediazione in questione è essenzialmente storica: è mediazione tra il passato (ciò che già c’è), il presente (l’opera) e il futuro (ciò che l’opera apporterà alla vita della comunità). È una mediazione che interessa l’opera non solo nel momento in cui viene progettata, ma durante tutto il corso della sua esistenza: il legame tra l’opera e il mondo fa si che, con il mutare di quest’ultimo, muti pure l’opera e che la mediazione tra passato e futuro non sia qualcosa di dato una volta per tutte, ma qualcosa da riguadagnare di volta in volta. Ed è per questo che essa avviene in quanto l’opera è vissuta, abitata, utilizzata; in quanto essa è parte integrante della comunità.
Vivendo nell’epoca del pluralismo e della globalizzazione, dove le distanze si sono ridotte e i tempi si sono accorciati, è senz’altro condivisibile la tesi che l’architettura deve essere pensata in modo tale da lasciare che l’altro ci venga incontro in quanto altro, nella sua libertà e nella più totale autonomia; tuttavia, proprio in virtù dell’ineludibilità dello scopo e del luogo dell’opera, che fanno si che lo spazio dell’incontro non sia mai neutrale all’incontro stesso, ma ne sia momento costitutivo, ciò non vuol dire abbandonare i canoni tradizionali su cui l’architettura è cresciuta, quanto piuttosto ripensarli e reinterpretarli alla luce del contesto storico-sociale in cui l’opera andrà a collocarsi. Se la decostruzione si configura come una reinterpretazione della tradizione alla luce del presente (cioè alla luce dell’altro, dell’alterità e della differenza) allora si può pensare di rinnovare l’architettura in virtù dell’incontro con l’altro; ma se la decostruzione è pensata come una distruzione totale a cui deve seguire una nuova fondazione, essa rischia di dar vita ad una decontestualizzazione che impedisce lo svolgersi della mediazione fra passato e futuro, che è ciò che rende viva l’opera.



luglio 8th, 2011 - 20:12
è una postilla più scientifica di quello che si immagina..e mi continua a piacere il discorso sull’immagine, bravo!
(anche se il dov’era e com’era di Eugene Emmanuel Viollet Le Duc, di cui tratterò nella rubrica sul restauro, mi pone ancora dei dubbi in merito nonostante tutte le smentite…)
Purtroppo però rimane un fatto abbastanza triste…la buona architettura in Italia il più delle volte, non si vede…e questo come giustamente veniva detto proprio in questa conferenza proprio per una questione di lobby…
luglio 9th, 2011 - 07:19
Il problema, che è di percezione e consumo, riguarda la dicotomia esistente tra la mancata percezione del pubblico della buona architettura e l’amore sconfinato sempre del pubblico per il design…
Ora, quest’ultimo non è mio avviso sempre da vedere come neutrale: in realtà è il frutto spesso insaziabile di desiderio consumistico! Perciò la mancata percezione della buona architettura, che significa anche mancata percezione disciplinare e culturale, si sfoga spesso nel design. Si potrebbe anche rigirare la frittata in questo senso: se ti piace il design di una cinquecento, come mai non capisci le linee di forza di un dipinto o non comprendi il valore di una stanza, anche a soggetto architettonico o a soggetto architettonico-allegorico, magari anche con qualche presenza umana familiarizzante?
Allora una delle chiavi operative anche a livello museale, potrebbe essere tornare a giocare sulla psicologia dell’arte, cioè sulla percezione visiva. Non a caso dopo il contributo disciplinare per nulla trascurabile fornito nel secolo concluso, la psicologia dell’arte che ovviamente non va presa come un assoluto sta tornando lentamente in scena. Uno dei problemi però che potremmo trovare in futuro sarà il caos dei segni…cioè l’esigenza di una nuova iconoclastia.
Si potrebbe allora dir,e a proposito della percezione puramente consumistica del design senza nemmeno un minimo spazio alla contemplazione estetica, che al di là dell’appannaggio artistico è comunque un aspetto che si era rivelato unificante anche nella progettazione pratica di buoni artefatti di design, e in questo senso continuo a parlare del pubblico, il cosiddetto distacco critico almeno da intendere anche in questa accezione. C’è implicitamente una mancata interpretazione del pubblico della teoria dei valori dello storico e teorico dell’arte Aloisi Riegl che parlava, tra gli altri, proprio di valore d’uso del monumento…e direi quasi per estensione dell’artefatto architettonico.
C’è sempre di più il problema del possesso del bene come supporto di potenza economica che però non sembra andare almeno nella maggioranza dei casi verso gli aspetti culturali….
luglio 9th, 2011 - 09:04
MI piacerebbe che qualche altro “artista”, magari la stessa Giorgia Bordoni che ha scritto l’articolo, intervenisse su questo aspetto interessante dell’ “analfabetismo” architettonico/artistico generalizzato, che si tramuta in un consumo abbastanza consistente di prodotti di design (con relativo mercato e le sue dimensioni).
Anche la questione del possesso del bene come supporto economico, di cui sembrano venire tralasciati gli aspetti culturali, è un tema che verrà trattato in Post 4: Convenzioni e convenzionalismo. L’articolo di Diego Mantoan è incentrato sulla “riscoperta” del valore sociale dell’opera d’arte, e quello di Raffaele Ventura – prendendo a pretesto la salvaguardia dei patrimoni artistici in tempo di guerra – si interroga appunto sulle molteplici valenze del bene artistico (economico, culturale, potremmo dire anche antropologico?).
Fa un sacco di piacere veder tracciare un filo rosso non solo tra articoli dello stesso numero, ma anche tra numeri diversi.
luglio 10th, 2011 - 14:21
Se posso permettermi, riprendo le considerazioni dell’articolo e le suggestioni lanciate da Luca affermando che, forse, sia proprio la volontà, ad ogni costo, di voler decostruire l’opera d’arte a creare quel Moloch di “analfabetismo”.
Io credo che la decostruzione (in questo caso architettonica) non la sia la cura alla malattia ma un suo sintomo. Invece di far comprendere l’arte, di far avvicinare un Qualcosa definibile come Massa all’opera d’arte si è voluto esternalizzare il gusto estetico trapiantandolo ovunque. Una tale azione, salvo una enorme bravura nel gestirla, produce da sé uno svilimento del concetto di arte: tale bravura non c’è stata e ora godiamo i frutti dell’albero del design.
Il consumismo, ma anche questo, ancora un sintomo, cerca di rendere più spettacolare se stesso ed i propri prodotti, prendendo dall’arte solo ciò che serve: il contenuto senza rispettarne la forma. Se, come crediamo, l’arte è data dalla forma, la società contemporanea la tralascia scambiando il contenuto dell’arte come la parola definitiva sul bello. Ecco il design: fraintendimento (consapevole?) di ciò che fa arte con ciò che è arte.
luglio 11th, 2011 - 07:29
si mi sembra una buona riflessione…
a volte tuttavia sembra che anche un eccessivo rigorismo per paradosso vada in quella direzione…
sarebbe bello poter scommettere su quella “bravura” che hai giustamente citato tu ma che difficilmente si trova..
potrebbe ancora esserci
chissà..
luglio 11th, 2011 - 09:07
Condivido le considerazioni conclusive che Filippo propone, nelle ultime righe del suo articolo, per quanto concerne il significato e il fine del decostruttivismo.
Risulta importante – io credo – premunire qualsiasi progetto architettonico dal pericolo della decontestualizzazione dell’opera d’arte. Ogni progetto architettonico dovrebbe tutelare e promuovere lo spazio (e non solo lo spazio, ma anche il tempo e i suoi fruitori) in cui l’opera viene collocata ed inserita. Tale tutela è possibile attraverso il rispetto e il recupero di ambienti, forme e opere già esistenti.
In conclusione, vorrei sottolineare come un progetto architettonico non possa prescindere dalle esigenze di unitarietà e armonia: anche un fare decostruttivista deve farsi guidare da tali caratteri, rivalutando quella sensibilità ermeneutica, la quale influenza la genesi del costruttivismo stesso.
luglio 11th, 2011 - 10:27
giusto