Qualche giorno fa stavo comodamente seduto con degli amici in un locale. Mentre fuori pioveva a dirotto, la birra e una discussione filosofica ci parevano i modi migliori per scaldarci di fronte al gelo di un incombente inverno. Tutto procedeva per il meglio, finché la discussione si inceppò in un punto alquanto spinoso. La domanda attorno alla quale ci eravamo soffermati e che tanto ci stava appassionando era la seguente: applicate voi la filosofia al di fuori dell’università, alla vostra vita quotidiana e privata?
Potrebbe sembrare una domanda banale e scontata, e infatti appena fu posta cominciarono a sentirsi risposte del tipo: ‹‹si, io cerco di farlo il più possibile››; oppure: ‹‹a volte mi riesce, mentre altre no››; o ancora: ‹‹se non si applica la filosofia alla propria vita, non vale nemmeno la pena di studiarla…››.
Dinnanzi a cotanta sapienza me ne sono stato nel mio cantuccio a rimuginare in silenzio. C’era qualcosa in quella questione che mi turbava, ma in quella circostanza non riuscivo a metterla a fuoco. Così mi portai l’interrogativo fino a casa dove, seduto di fronte la mia scrivania, le cose cominciarono a farsi più chiare e a disporsi nel loro giusto ordine.
Letteralmente “applicare” significa “mettere in pratica”. L’implicito di tale espressione è che si è in possesso di un qualche cosa (x), che può essere una teoria o uno strumento, e che poi viene utilizzato nella pratica (viene applicato, appunto). In questo modo vengono utilizzate espressioni come “applicare una regola, un regolamento, una legge, una formula matematica, un metodo, etc.”. Ciò che viene applicato risulta quindi essere uno strumento (un mezzo) attraverso cui tentare di giungere ad uno scopo: si applica una formula matematica per risolvere un problema; si applica una legge per mantenere l’ordine sociale; l’arbitro applica il regolamento per garantire la correttezza del gioco. Per raggiungere lo scopo desiderato, almeno due sono le condizioni da rispettare, pena la probabile non riuscita dell’operazione (non escludo che ve ne possano essere altre, ma in questo contesto non ci interessano). La prima è la conoscenza dello strumento che stiamo adoperando: quando, per esempio, applichiamo una regola matematica, per non lasciare la riuscita dell’operazione nelle mani del caso, dobbiamo conoscere la regola in tutti i suoi dettagli, in modo da poterla padroneggiare con precisione e sicurezza. Allo stesso modo un giudice, per poter applicare la legge in maniera corretta e commisurata al caso trattato, dovrà avere una conoscenza il quanto più precisa e minuziosa delle leggi del proprio paese. La seconda condizione è la determinatezza dello strumento da utilizzare: l’applicazione di una regola incompleta, non chiara, che lasci molto spazio all’interpretazione, risulterà molto più difficile rispetto a una regola precisa e ben delimitata nella sua portata. Più l’oggetto è determinato e più facile sarà applicarlo, in quanto vi è poco spazio per l’interpretazione personale.
Da quanto fin qui detto, il mio turbamento di fronte all’espressione “applicazione della filosofia” dovrebbe risultare chiaro. In contrasto con la seconda condizione sopra elencata, risulta evidente l’indeterminatezza del termine “filosofia” che può assumere, e di fatto nella storia ha assunto, una miriade di significati. Non specificare preliminarmente cosa si intenda con tale termine rischia di rendere la questione non solo alquanto ambigua, ma addirittura priva di senso.
Tuttavia è un altro il punto che più mi preme sottolineare. Ho sostenuto che ciò che si applica è uno strumento, un mezzo, una cosa ben determinata. Allo stesso modo in cui viene applicato, potrebbe anche non venire applicato: di fronte al problema matematico sopramenzionato possiamo decidere di applicare o non applicare una regola. Ma ciò non avviene con la filosofia: parlare di applicazione della filosofia rischia di veicolare l’idea che essa sia uno strumento che può essere utilizzato quando più ci piace e per i nostri più svariati fini; significa presupporre che essa sia un insieme di nozioni, ben determinate, che possa essere adoperato per ottenere un determinato risultato. Ma la filosofia non è una cosa che si possa prendere dall’esterno ed applicare quando ci fa comodo: semmai essa, innervando la nostra visione del mondo, rendendola più consapevole delle nostre capacità e dei nostri limiti, diviene, in chi la studia, la modalità di pensiero con cui ci si approccia al mondo. Essa risulta essere più simile ad uno stile di vita, il quale, una volta assunto, diviene parte ineliminabile di noi: è un abito (un costume, una abitudine) che non può essere dismesso da una semplice decisione. In quanto modo di pensiero che diviene stile di vita (con “modo di pensiero” voglio sottolineare l’importanza della forma sul contenuto; in questo contesto ciò che è rilevante non è tanto il singolo contenuto, che varia da individuo a individuo, quanto la forma, ovvero quel procedere “razionale” per distinzioni, analisi, domande e dubbi che ha lo scopo di chiarire e trovare una soluzione ai problemi), essa diviene il mondo in cui viviamo: in tal modo la pratica si rivela impregnata di teoria fin dall’inizio. Una pratica scissa dalla teoria e una teoria scissa dalla pratica sono solo i lati astratti di quel concreto che è la nostra esistenza. Ed è per tale motivo che in relazione alla prima delle due condizioni poste sopra, riguardanti l’applicazione di uno strumento, si deve rilevare l’impossibilità di parlare di “conoscenza della filosofia” in quei medesimi termini: e questo perché essa non è un insieme di conoscenze, una somma di nozioni, ma un sapere che si fa esistenza. Dunque, non si può applicare la filosofia, perché si vive la filosofia. In fondo questo mi sembra essere il significato profondo dell’insegnamento di Socrate: è per questo che egli non poteva sottrarsi al giudizio della polis, in quanto questo avrebbe significato rinnegare non solo il suo insegnamento, ma la sua stessa esistenza. Ed è sempre per tale motivo che, tornando ai nostri giorni, si fa filosofia anche quando si smette di fare filosofia (anche quando si esce dall’università).
È per questo che aveva visto giusto quel ragazzo, che di fronte alla questione “come applichi tu la filosofia?”, aveva risposto: ma ha senso porre un limite tra la filosofia dentro l’università e la filosofia nelle nostre vite quotidiane? Peccato che in quel contesto la risposta presuntuosa che ricevette (“questo è uno dei soliti cliché filosofici”) non era all’altezza della domanda da lui posta.



novembre 27th, 2011 - 19:08
Ho letto con molto interesse il tuo post Filippo e vorrei partecipare anche io pur non essendo stato lì quella sera con in mano una bella birra.
La questione che sollevi è una questione interessantissima che, fondamentalmente, ci riporta indietro al filosofare platonico e alla filosofia aristotelica (per dirla con Abbagnano). Da una parte quel complesso di nozioni teoriche che non possono non essere anche l’attestazione di un agire morale conseguente: la conoscenza del mondo implica l’agire buono. Dall’altra, lo strumento primo con cui indagare il reale fino alle sue precise fondamenta cercando le condizioni possibili di una vita buona.
Ma, seguendo Aristotele, credo che la filosofia sia un qualcosa che non debba servire a nulla e, quindi, non servendo nulla si rende libera di essere se stessa. La vita buona può essere sorretta solo grazie ad una buona filosofia (anche laddove essa non sia esplicita): non sempre accade il contrario. La filosofia allora è sì strumento ma mai mezzo, cioè strumento situato all’interno dell’orizzonte esistenziale dell’individuo che permette di indagare il perché di una vita che possiamo reputare buona.
novembre 27th, 2011 - 22:21
Credo che questa riflessione sia fondamentale per ogni studioso di filosofia.
Qualcun’altro potrebbe definirla la questione del metodo. Come si fa filosofia?
Si fa studiando e dissezionando teorie e costruzioni altrui?
O vivificandole, riportandole alla vita all’interno della propria mente?
Oppure in una forma più dialogica, con il testo stesso o altri lettori?
Queste sono solo alcune delle possibili risposte, eppure nessuna sembra apparire soddisfacente alla inquietudine che ha generato questo articolo, o alle ramificazioni di simili domande.
Credo sia poco fruttifero e rispettoso dello spirito dell’articolo lanciarsi in una dissertazione metodologica (peraltro ben oltre le possibilità del sottoscritto), mentre credo sia molto interessante invece presentare una analogia che mi è giunta immediatamente alla mente.
Il cercare di avvicinare la filosofia alla matematica ha mostrato come siano vicine ma assolutamente su piani differenti.
Un’altra invece è la branca della prassi e della teoria umana che mi sembra più vicina alla filosofia, una dimensione della azione abbinata dalla scoperta, sia dell’autore che della sua opera, in un ciclo di continua contrattazione di significati e orizzonti.
L’arte.
Sarebbe senza dubbio piuttosto bizzarro camminare nei corridoi del Louvre e aspettarsi di vedere una sala con appese e incorniciate le pagine di Voltaire.
Eppure sono sicuro che chiunque abbia letto un testo filosofico abbia sperimentato (mi auguro) almeno una volta lo stesso passionale rapimento che qualcuno prova di fronte a Eros e Psiche del Canova, o la stessa incredibile fascinazione intellettuale documentata da alcuni osservatori di Guernica.
Credo sia possibile prendere alcune delle osservazioni sull’arte e trasferirle direttamente sulla esperienza filosofica, prima fra tutte la seguente: una esperienza che tende a modificare, o perlomeno questo si propone, lo sguardo che l’esperitore di tale opera rivolge all’opera, al mondo e a sè stesso.
Si potrebbe subito notare come l’opera d’arte sia forse una delle etichette dall’oggetto più vario che esista: dall’arte raffigurativa delle grotte di Lascaux alle installazioni dell’arte contemporanea.
Il che sottointende un’altrettanto vasta gamma di visioni del mondo, motivazioni, passioni, idee, tessuti sociali, etc..
Ma non è forse vero lo stesso della filosofia?
Dalle indicazioni per raggiungere il sommo bene di Aristotele, alle pessimistiche analisi umanistiche di Hobbes, non è possibile trovarsi immersi nella stessa immane varietà?
Infine credo che la più significativa somiglianza tra arte e filosofia si celi in quel bizzarro e dinamico equilibrio tra regole e oltrepassamento delle stesse.
Non appena un genere artistico definisce le nuove leggi dell’espressione un nuovo genere sente il bisogno di evitare una cristallizzazione eccessiva fino a creare un nuovo genere, in un continuo rinnovamento.
Non appena una costruzione filosofica appare completa nella sua architettura, dei critici ridefiniscono non solo l’opera precedente ma anche il modo di porre il problema e la sua definizione.
Ma prendendo questi tre caratteri, varietà di sfondi, potenza significativa dell’esperienza, continua ridefinizione tra regole e oltrepassamento, io tornerei a prendere in esame la matematica.
Ho avuto la fortuna di conoscere dei matematici in grado di spendere parole decisamente appassionate alla risoluzione di dilemmi aritmetici, e di far discendere da alcune lavagne colme di equazioni intere visioni del mondo, dove io vedevo solo dei segni privi della loro funzione simbolica di rimando, semplici grafemi di gesso.
Ed è anche vero che anche l’universo della matematica è quanto mai vario e pieno di contraddizioni, tanto per citarne uno la differenza tra sistemi euclidei e non euclidei, nonostante la matematica sia considerata comunemente un paragone di verità universale.
Quindi (tirando le fila di questo commento a caldo) se anche “strumenti” di pensiero e azione umana così apparentemente differenti condividono queste caratteristiche centrali, cosa se ne può dedurre?
Che ogni tipo di pratica più o meno organizzata, e quindi facilmente riconoscibile come tale, che abbia la potenza di spostare il nostro punto di vista, di diritto oltrepassa la domanda se sia uno strumento da noi usato e applicato ad un problema\questione, o se sia la questione che applica i suoi strumenti a noi.
La domanda va, secondo la mia modesta opinione, posta nei seguenti termini: “Nel nostro vivere la filosofia mettiamo abbastanza in gioco la nostra visione del mondo?”, con l’attenzione a non renderlo un giudizio nei confronti del nostro operato, ma una esortazione.
novembre 28th, 2011 - 19:16
Tutte le vostre prospettive, sia quella di Filippo, che di Giorgio, che la tua Alessandro, mi affascinano e hanno un forte ascendete, su di me. Tuttavia, devo impormi una certa dose di cinismo, a questo proposito. Non mi sento di condividere nè una linea che demonizza lo strumento, nè una linea che sia troppo indulgente con la funzione strumentale delle teorie filosofiche.
Da un lato, sembra dire l’argomento di Filippo, il concetto di “applicazione” rinvia quasi a un qualcosa di meccanico (“mettere qualcosa su”). La complessità dell’oggetto, semmai, rappresenta un ostacolo per la corretta applicazione della norma da applicare. D’altronde abbiamo visto, almeno nella storia delle filosofia, che ci sono delle norme che non agiscono alle spalle, applicandosi meramente alle cose, ma possono agire come guida per regolare l’azione futura (e quindi il fine). Morale kantiana, norme aristoteliche “per lo più”, norme di vita morale professate da Socrate (che fa una bella distinzione tra il suo essere seduto in carcere come conseguenza di un certo stato fisiologico, e il suo stare seduto in carcere come conseguenza della sua norma morale).
Dall’altro, mi sembra ci sia un’attitudine, che di solito chiamo “romantica” (ma conoscendo Alessandro, si tratta di una rispettabilissima posizione ermeneutica), a mitigare l’aspetto strumentale in favore di una “ragionevolezza” più “soft”. (La metto così, per ragioni di brevità, ma rileggete la parte finale del commento di Alessandro.)
La mia domanda è: perché vogliamo mitigare o “demonizzare” l’aspetto strumentale della filosofia? La risposta più semplice: serve al filosofo per schermirsi dall’obiezione classica dell’inutilità della filosofia.
Io non sono d’accordo che la filosofia non serva a nulla. (Nè tantomeno che sia libera di essere sè stessa, non più che altre discipline: facciamo filosofia politica e non fantapolitica, come si fa scienza e non fantascienza. A dire il vero, io credo che si facciano l’una E l’altra, ma non vorrei ferir animi). Chiaro, non serve a ciò cui molte cose servono. Ma, diceva Bodei ne La scintilla di Fuoco: provate a curare un raffreddore con un telescopio! Il prof. Pagani ha avuto una felice espressione dicendo che la filosofia serve a problematizzare l’ovvio – che non è il banale, ma ciò che troviamo lungo la via, letteralmente. E a sua volta la formulazione non è banale: come l’uovo di Colombo. La nostra formazione ci rende analitici e critici, la nostra capacità di problematizzazione di quello che altri ritengono normale ci rende innovativi (due qualità lavorativamente parlando ricercate).
Sul versante della mitigazione, si corre a mio avviso il rischio di svuotare di senso la filosofia come attività specialistica, e frantumarla in tante “visioni del mondo”. Il puntcum dolens della bella ricostruzione di Filippo, è che non ha definito cosa sia la filosofia (e no: le definizioni in negativo non valgono. Troppo facile aggirare il problema!). Mi verrebbe quindi da ribattere con un sofisma un po’ pigro: come fai a sapere che stai o non stai applicando la filosofia, se non sai cos’è la filosofia?
La filosofia è la visione del mondo? Mah. Io posso avere una “filosofia di vita”, ma questo non fa di me un filosofo. Quello che fa di me un filosofo è l’innata capacità critica, o la potenza nel vivificare qualsiasi contenuto risvegli in me il circuito ermeneutico (banalizzo volutamente)? Anche. Ma anche il mazzo tanto che mi son fatto su testi di autori antichi, e nozioni e confronto con i classici, e opportunità di esprimermi e frequentare seminari, e vivere in un ambiente culturale un attimino vivace in cui poter esprimere le mie convinzioni, corroborate dal lavoro suddetto. Non dobbiamo dimenticarci quello che facciamo, quello che continuate a fare, e cioè niente di più niente di meno un mestiere come tutti gli altri, che richiede un certo rigore – se non ce l’hai o rimani indietro, o sei un po’ paraculato.
Il concetto di “applicazione” nel caso della filosofia, a mio parere perde totalmente di senso, se fuggiamo dalla logica della filosofia come strumento. Aristotele biasimava gli argomenti di Eudosso per il piacere, ma gli riconosceva di essere portavoce di un piacere alto, e di comportarsi in maniera perfettamente lineare con ciò che affermava. Allo stesso modo, Socrate diceva di porre quotidianamente le sue conoscenze (morali) al vaglio dell’elenchos, e di comportarsi di conseguenza. Ciò significa che, per questi signori, la filosofia è innanzitutto un metodo per conoscere quale sia la strada più logicamente coerente per condurre al bene, e a un bene che sia nel contempo individualmente appagante e socialmente sostenibile. Comportarsi secondo la propria filosofia è una questione di mera coerenza: se ciò che voglio è una felicità fatta in tale e tale modo, e la filosofia mi indica ciò che cerco, per quale ragione non dovrei comportarmi secondo ciò che mi dice la filosofia? (Filosofia è comportarsi in modo conforme alla natura, dicevano gli Stoici: ma una volta perso l’orizzonte “naturale”?)
Quando la filosofia smette di essere pensata in questa ottica strumentale – come una mappa per muoversi in questo grande mare della vita -, qual è il senso di porsi una domanda come quella che chiede se applichiamo la filosofia alla vita? Lo spettro delle possibilità morali, oggi come oggi, è non solo irrealisticamente frammentato, ma più che mai confuso – pensiamo alle tematiche di fine vita, al postumanesimo, alle politiche in cui l’obiettivo è ormai quello di minimizzare le perdite, socializzando gli oneri e individualizzando gli utili, per dirla con una metafora economica.
Rispondo: per me, non ha senso alcuno. Non sappiamo definire la filosofia, non crediamo nella sua componente strumentale, in breve: non sappiamo cosa applicare, a cosa, e se mai possiamo applicare questa cosa che non sappiamo definire. Forse dovremmo riformulare la domanda: cerchi di praticare quello in cui credi? Da qui, possiamo rispolverare un po’ di buona vecchia pratica elenctica, e indagare meglio cosa crediamo, e se effettivamente lo stiamo applicando per il verso giusto – o se le nostre pratiche non rivelino invece incoerenze filosofiche, latenze psicanalitiche, e chi più ne ha più ne metta (-> un terapeuta per ogni problema, il futuro sarà dei consulenti).
novembre 28th, 2011 - 21:33
Ringrazio tutti coloro che hanno commentato il mio articolo: ritengo che i vostri commenti gettino ulteriore luce sulla questione.
Rispondo ora brevemente alle obiezioni che mi sono state mosse.
Concordo con Alessandro sul fatto che anche nella matematica c’è passione e, aggiungerei, cuore (e non solo: io stesso non ne sono completamente immune). Ma quando parlavo dell’applicazione di una regola matematica intendevo solo dare un esempio del concetto di “applicazione” di cui stavo discutendo: pensavo alla matematica studiata a scuola, con i libri suddivisi in teoria e pratica.
Riguardo il commento di Luca, non capisco se egli, quando scrive che il mio articolo sembra rinviare ad un concetto “meccanico” di applicazione, intenda questo come un’obiezione o meno. Se questa voleva essere un’obiezione, ribatto dicendo che questo era proprio il senso che volevo dare al termine “strumento”. Se con tale concetto vogliamo indicare altre cose, allora tutto il discorso cambia. Quando poi, interpretando il mio pezzo, Luca scrive “la complessità dell’oggetto, semmai, rappresenta un ostacolo per la corretta applicazione della norma da applicare”, bisogna rilevare che io non parlavo di complessità, bensì di indeterminatezza: è essa che rende problematica l’applicazione di uno strumento.
Sul fatto che si tenda a mitigare l’aspetto strumentale della filosofia per schermirsi dall’obiezione sulla sua inutilità, rispondo che non era questo l’intento del mio scritto: volevo semplicemente esprimere quella che è la mia esperienza di filosofia (che, appunto, non la riduce ad uno strumento), rispetto a ciò che in quella discussione (la discussione di cui parlo nelle righe) mi sembrava stesse emergendo.
L’obiezione del “sofisma pigro” pecca di quello stesso difetto di cui accusavo coloro che parlavano di “applicazione della filosofia”. Esso dice: come puoi escludere che la filosofia sia uno strumento, se non sai che cos’è? O sai che cos’è, e allora puoi dire che essa non è uno strumento; o non sai che cos’è, e allora non puoi più dirlo. Esso presuppone dunque che la filosofia sia qualcosa di determinato, esprimibile con un’etichetta. Ma era proprio contro questo concetto che mi scagliavo: concetto che tenta di imbrigliare la filosofia dentro schemi fissi. E questo in nome della mia esperienza di filosofia (e di quella di coloro con i quali discuto di questi problemi, almeno per quello che ne posso capire), la quale mi dà una “nozione” di filosofia, per un verso determinata, per un altro indeterminata e aperta all’altro. Ed è questa nozione che mi fa escludere con forza che la filosofia sia uno strumento, che possiamo applicare o non applicare; piuttosto essa è una “modalità di pensiero” (pensiero, interrogante, ricerca, dubbio ed esperienza di vita). Tale concetto, poi, si rivela di fondamentale importanza, perché è ciò che permette di sottolineare l’attività specialistica del filosofo (criticare, indagare, etc.) che Luca opponeva ad una visione della filosofia che la frantumasse in una varietà di visione del mondo. Infatti, già nel mio articolo con tale concetto sottolineavo la forma rispetto al contenuto, sostenendo che mentre il contenuto varia da individuo ad individuo, così non è per la forma. Ciò significa che la filosofia non si identifica con qualsiasi comune “filosofia di vita”.
Riguardo al penultimo paragrafo dell’interessante intervento di Luca, rispondo che la anche quando si dice che, per i filosofi antichi, la filosofia è un metodo per giungere alla felicità, non si intende per metodo un qualcosa di astratto, da applicare meccanicamente; piuttosto il metodo si identifica con la vita: per Aristotele la felicità si identifica con la vita contemplativa, cioè con la filosofia. Che questa concezione porti al totale non-senso del concetto di applicazione è la tesi portante del mio articolo.
novembre 28th, 2011 - 23:11
@concetto meccanico: era un’obiezione. Alla “demonizzazione” del meccanico, risponde la posizione ermeneutica. Secondo me qui parli di indeterminatezza dello strumento in senso improprio: uno strumento può essere impreciso, più che indeterminato (rif: “La seconda condizione è la determinatezza dello strumento da utilizzare“). Cosa vuol dire che uno strumento è indeterminato, nel senso meccanico del termine? Non lavori con una chiave inglese indeterminata, o con un metro indeterminato. Intuitivamente, direi che non è uno strumento: non è un mezzo per un fine (sempre nella tua accezione “meccanica”), a meno che non si voglia parlare di “pensiero laterale”. “Più l’oggetto è determinato e più facile sarà applicarlo (lo strumento), in quanto vi è poco spazio per l’interpretazione personale“, scrivi. Qui convengo che “complesso” non è sinonimo di “determinato”, e ho utilizzato io un’espressione imprecisa. Intendevo probabilmente dire indeterminato. Quello che mi premeva sottolineare è che non sempre un’applicazione meccanica della regola, poiché esclude i giudizi personali, sia da preferire, e non è che una regola, che pure viene applicata con una buona dose di giudizio personale, sia per questo meno valida di altre. Ne è un caso la differenza tra legge e giurisprudenza, che pure tu citi. Il lavoro del giudice non consiste nel mero e meccanico applicare la regola r al caso c e, se da un lato è vero che il caso particolare può mettere in difficoltà colui che è incaricato di amministrare la legge, può non essere vero che lo strumento in questione (la legge) sia inaffidabile o incompleto per il solo fatto che preveda una buona dose di interpretazione personale (che, come hai sottolineato, non è individuale ma culturale/sociale: non sono un fan delle regole o delle interpretazioni private).
@mitigare l’aspetto strumentale: quella era l’obiezione alla parte ermeneutica. Tu mi sembravi sul lato della “demonizzazione”. Non puoi mica stare col piede in due staffe! :p
@sofisma pigro: ho infatti precisato che si tratta di un sofisma un po’ pigro. (Sono un po’ paraculo pure io!
) A me sinceramente non interessa la formulazione classica del sofisma pigro, perché non mi interessa poterti dare un’ancora di salvezza comoda a livello formale. La mia era una critica diretta, anche un po’ dura se vuoi: basta con i formalismi! Troppo comodo, a chi ti dice di definire cos’è la filosofia, rispondere che la sua richiesta è fallace, perché lo filosofia non sopporta etichette.
Troppo comodo e inoltre fastidioso. Al liceo ti hanno insegnato che la filosofia ti aiuta a pensare (come il latino e il greco, mah). All’università ti hanno abbindolato dicendoti che “con la filosofia puoi fare tutto”. Giunto alle soglie del mondo del lavoro, noti la straordinaria equivalenza tra il sapere tutto e il sapere niente (l’uomo senza qualità…). Insomma, ma sta filosofia cos’è? Secondo me non ci si rende conto che una posizione formalista come la tua, lungi dall’opporsi alla logica della “filosofia di vita”, ne è la diretta responsabile. Se tu non sai cos’è la filosofia, allora beh, la filosofia può essere anche qualsiasi comune “filosofia di vita” (la tua delimitazione formale è indeterminata e quindi, secondo quanto sostieni, inaffidabile e incompleta). Cos’è la filosofia? Non si può definire, amico, fugge dalle definizioni! E allora riempiamola di aria fritta! Cosa vuol dire che la filosofia è una “modalità di pensiero”? Durante la propria esperienza di vita ci si interroga, si ricerca, si dubita e si fa esperienza senza bisogno di essere filosofi. Qual è il discrimine?
Secondo me, il discrimine è il rigore della formazione filosofica. Punto. Smettiamola di raccontarci menate, come quella che la filosofia si pone come un bel contenitore formale di vari saperi e verità, etc. La prospettiva filosofica sul mondo non nasce ingenuamente, ma viene corroborata da un’educazione adeguata. Questo l’aveva già capito Platone, il quale aveva anche già capito che ogni filosofo ben educato è per sua natura un innovatore e non un conservatore, e che l’educazione è uno strumento di liberazione di possibilità, invece che di ipostatizzazione.
La mia domanda è: perché c’è quest’angoscia nel dare una definizione della filosofia? Siamo giunti al XXI secolo, e ancora crediamo in una presunta universalità della filosofia, che tutto può e tutto comprende? Secondo me è un mito bello e buono, che va svecchiato. Prendiamo una posizione. Che c’è di male nel dire che la filosofia è quella scienza che si occupa di problematizzare l’ovvio? Forse perché le nostre istituzioni si basano perlopiù ancora su un non ben celato principio di autorità, e il nostro potenziale innovativo viene perlopiù deluso che coltivato? Forse che ci fa comodo cullarci nell’idea di poter fare tutto (e niente), per non prendere una posizione, e continuare a galleggiare alla deriva? O forse perché non ci riteniamo in grado di spiegare alla gente che la problematizzazione dell’ovvio non è un lusso futile, ma la condizione essenziale per uno sviluppo sostenibile della razza umana e del suo ecosistema? E non sto esagerando, si parla veramente di roba grossa, lo dimostra per tutti l’impegno di Giorgio su questo fronte. In un’epoca come la nostra, in cui ciò di cui più si ha il bisogno è di gente preparata, innovativa, politicamente attiva ed eticamente sensibile, chi meglio di un problematizzatore dell’ovvio?
Fino a che la risposta sarà: “la filosofia è più grande delle definizioni”, sarà più che giustificata la diffidenza di chi (tipo 6 miliardi e mezzo di abitanti su 7 di questo pianeta?) ritiene la filosofia una cosa “astratta”, lontana dalla vita reale, per cui vale effettivamente la pena di chiedersi se nella vita reale la si applichi o meno. Ti fai il mazzo almeno 5 anni della tua vita e poi… che sai fare? “Ho acquisito una modalità di pensiero”. Ma per favore. Smettiamo di raccontarci storie che non servono a niente. Smettiamola di nasconderci dietro definizioni in negativo, o dei limiti formali. Cerchiamo di darci una cavolo di identità pratica “di categoria”, qualcosa che dia un senso di appartenenza sia a coloro che già la praticano, sia a coloro che vi si approcciano. “Perché vuoi fare filosofia?” “Per acquisire una modalità di pensiero”. Really? Un po’ di orgoglio per quel che siamo! La filosofia ha perso il suo status privilegiato, ma deve per questo perdere la sua portata di verità? Se continuiamo ad astrarre e formalizzare, ecco quel che succederà. Riempire di contenuto non significa immobilizzare la filosofia, ma arricchirla, dandole l’opportunità di un punto di partenza, un’occasione, nella nuova complessità emergente. Che la filosofia sia sempre una e trina, secondo me è un sogno dal quale dobbiamo svegliarci.
Cheers!
ps: ancora grazie Filippo per l’articolo, la discussione mi preme moltissimo!
novembre 29th, 2011 - 08:40
Sulla questione dell’indeterminatezza di uno strumento ti do un esempio concreto: il regolamento del gioco del calcio. Qualsiasi arbitro che si trovi ogni domenica a doverlo applicare sui campi di gioco, sa quanto esso, sebbene sempre aggiornato e approfondito, sia pure, sotto certi aspetti, indeterminato e lasci quindi ampio spazio all’interpretazione. Basti pensare al fallo di mano: esso va punito solo se intenzionale e questo, chiaramente, è a discrezione dei singoli direttori di gara. Questo è un esempio di un’applicazione non completamente meccanica di una regola: lo so anche io che vi sono casi siffatti, non per niente scrivevo che “più l’oggetto è determinato e più facile sarà applicarlo”. Il che non esclude che, in alcuni casi, sia da preferire una regola applicata con una certa dose di giudizio personale. Non stavo affatto dicendo che l’uno è meglio dell’altro, semplicemente ne stavo delineando una differenza.
Poi dici che non ti interessa darmi appigli formali! E che la mia è una posizione formalistica! Eppure mi sembrava chiaro da quanto avevo scritto (ma forse sarà meglio che mi iscriva a un corso di scrittura!) che la completa determinatezza della filosofia deriva dal “fatto” che essa è anche (forse soprattutto) esperienza di vita di chi la pratica (meglio sarebbe dire di chi la vive). È per questo che sostenevo che ogni definizione fa acqua. La definizione che proponi mi piace molto e pure la condivido, tuttavia non può avere la pretesa di ridare la filosofia in tutta la sua pienezza: se in tutta la storia si sono susseguite definizioni differenti ci sarà un motivo! E questo, io credo, dipenda dal fatto che la filosofia non sia un semplice lavoro, ma faccia tutt’uno con la vita (ciò non toglie che vi siano anche altre professioni, da questo prospettiva, simili). In fondo, il problematizzare l’ovvio, non è, almeno dal mio punto di vista, un semplice gioco formale, ma un qualcosa di talmente radicato in noi, dal quale non possiamo esimerci.
Al concetto di “modalità di pensiero” opponi quello del rigore della formazione filosofica. Ammetto che non ho spiegato nel dettaglio tale concetto (e che è pure brutto e suona male!) ma ciò che intendevo è proprio questo rigore: esso vuole denotare che il dubbio, la critica, etc., non sono esercizi occasionali, ma pratiche rigorose, dalle quali non possiamo svestirci. Il denudarci da esse sarebbe come denudarci da un pezzo di noi.
Che la filosofia si ponga come “contenitore formale di vari saperi e verità” non so dove tu lo abbia letto, ma io di certo non lo ho né detto né scritto. Se devi muovermi un’obiezione fallo verso quello che dico: non farmi dire quello che vuoi!
Mi sembra che la tua preoccupazione sia tutta nel far apparire ai non addetti ai lavori l’utilità della filosofia: da qui la necessità, espressa dal tuo articolo, di darle una definizione chiara e precisa. Tale preoccupazione è sicuramente importante e legittima, ma non si può “tirare la filosofia per le orecchie” (scusami l’espressione) solo per renderla più spendibile nel mercato del lavoro!
novembre 29th, 2011 - 17:33
Ora sei tu che vuoi farmi dire cose che non dico
Anche se la mia critica avesse l’unico scopo di renderla più appetibile per il “mercato”, avrebbe un significato enorme! Io parlo sia di questo, sia di problemi “identitari” (“a valle” e “a monte” dell’università). Riconoscere una specificità alla filosofia come disciplina significa anche riconoscerle un curriculum di studi idoneo (non certe porcherie che si vedono in giro), ma soprattutto significa ripensare il curriculum in modo che il singolo studente possa perfezionarsi (veramente perfezionarsi) nella branca di studi che ritiene più congeniale. Alla fine dell’università, non sarà “un filosofo”, ma uno specialista del pensiero, dell’analisi critica e dell’innovazione, nel settore in cui si è specializzato. E questo fa tutta la differenza. (Inoltre, il collocamento professionale dei filosofi è un problema: quanti continuano in accademia? il 3% degli iscritti? A me non sembra un’istituzione vantaggiosa…)
Dici che la tua è una posizione formale, e mi biasimi per non volerti dare appigli formali. Ma la mia critica è che proprio la posizione formalista che difendi, di fatto svuota di significato non solo la problematica della filosofia, ma a mio avviso la filosofia intera. Di fatto, se ti limiti a dare dei blandi limiti formali, stai inserendo sotto il cappello della “filosofia” un insieme di esperienze talmente eterogenee da comprendere anche quelle della “visione del mondo” che pur giustamente non vorresti contemplarci.
“Applicare” o “vivificare” la filosofia è vivere secondo principi filosofici, ma non fare filosofia. Qui sta il punto della mia obiezione: Socrate vivifica la sua filosofia, ma la sua filosofia consiste nel metodo che utilizza. La filosofia non può essere il vivere secondo filosofia: è circolare! Che si possa dare un’esperienza di vita filosofica siamo tutti d’accordo, ma che questo coincida con la filosofia, non lo credo. La filosofia non è la vita, e la vita non è la filosofia. Io credo che il problema di applicazione della filosofia abbia tutto il suo senso! E trovo invece che non abbia senso dire che filosofia e vita sono un tutt’uno. Cosa vuol dire? Gli amici che richiamava Alessandro hanno il grande dono di vivificare numeri e simboli che ad altri appaiono meri grafemi, ma la loro vita non è la matematica, e viceversa. Possiamo dire che sarebbero gli stessi, senza matematica? Ovviamente no. Ma questo perché un mix di predisposizione e duro lavoro hanno modellato la loro forma mentis in tale e tale altra maniera. Uno psicologo, o uno scienziato della formazione, saranno più propensi a ricordarsi casi e dati molteplici, mentre un filosofo sarà più incline a concentrarsi su un singolo argomento con profondità maggiore, etc.
La fusione tra filosofia e vita dissolve il problema dell’applicazione, ma secondo me è un meccanismo deresponsabilizzante e potenzialmente incontrollabile. Se quello che dici è vero, “la completa determinatezza della filosofia deriva dal “fatto” che essa è anche (forse soprattutto) esperienza di vita di chi la pratica (meglio sarebbe dire di chi la vive)“. Ma allora, se uno vive filosoficamente, la sua filosofia è di principio completa e determinata? (Vera?) A me sembra che si possa arrivare al giustificazionismo di ogni teoria filosofica, cosa che non sarei disposto ad accettare. Vorrei una tua spiegazione su questo punto, perché non mi è molto chiaro.
L’ultima cosa, che credevo quella più importante ed invece è passata sotto silenzio. Nell’orizzonte della filosofia greca, era possibile una (con)fusione tra filosofia e vita, tra metodo e vita, per la peculiare situazione che ho cercato di descrivere nel post precedente. Ora, il contesto è totalmente mutato. La filosofia ha perso il suo privilegio di orizzonte onnicomprensivo, che giustificava la possibilità di confondere filosofia e vita. E più ci arrocchiamo su posizioni che tengono in piedi questo mito (e la tua posizione formale, volente o nolente, secondo me è la sua prima sostenitrice), più di fatto svalutiamo il senso della filosofia. Mi irrita sentire parlare di un generico “filosofia è vita”. Cos’è la vita? Questione ancora più ardua di voler definire la filosofia. Siamo nell’era dell’iperspecializzazione dei saperi, dove ognuno si prende un pezzo del reale. Alla filosofia quale spetta? Non certo la riorganizzazione di tutto il quadro. Cominciamo a partire da qualche contenuto di base. Sennò stiamo a farci (scusa l’espressione) seghe mentali sui peli del naso dei filosofi per la vita, e pace amen.
Io credo che i filosofi, oggi, possano e debbano giocare un ruolo fondamentale: di fronte alle sfide della politica, ai problemi dell’etica, nei confronti delle nuove scoperte scientifiche, nei nuovi campi dell’evoluzione digitale e del nostro rapporto con le nuove tecnologie. Non possiamo pretendere di affrontare la nuova tipologia di sfide che ci attende (quelle sfide di cui non riusciamo a prevedere gli effetti sul breve termine) con logiche vecchie. La filosofia non è la vita, ma può aiutare a tracciare una mappa per orientarcisi. Se solo scendiamo dal gradino e ci sporchiamo le mani con i contenuti, anche a costo di sbagliare, e di dover dire qualcos’altro, per poi sbagliare, e riprovare di nuovo. Non è un atteggiamento filosofico, questo?
novembre 29th, 2011 - 22:04
Prima questione: ripeto nuovamente che la mia posizione non è “formalistica”. Mi pare chiaro che il richiamo all’esperienza di vita vada verso tutt’altra direzione.
Su Socrate: nel suo caso applicare la sua filosofia significa vivere filosoficamente. Non è un’applicazione meccanica. Ed era contro questo senso (quello meccanico) che mi scagliavo (basta rivedere come definivo il concetto di applicazione). Se con applicazione poi vogliamo intendere altre cose è chiaro che i risultati saranno diversi.
Io non ho detto che la filosofia coincide con il vivere secondo filosofia: è chiaro che questo è un circolo! (Poi sarei io il “formalista”…) Semmai, in una battuta, la mia posizione può essere così condensata: dopo aver conosciuto la filosofia, la vita non è più la stessa (e indietro non si torna). Questa è la mia esperienza di filosofia.
novembre 29th, 2011 - 23:02
A me non pare chiaro per niente. Io non credo che il tuo richiamo all’esperienza di vita, configurato come lo configuri nel tuo pezzo, sia sufficiente a salvarti dall’obiezione di formalismo. Mi sembra troppo generico: non dici nè cosa sia filosofia, nè cosa intendi per esperienza di vita, nè cosa si intenda per “vivere la filosofia”, “un sapere che si fa esistenza”…. secondo me, perdonami la schiettezza, sono tutte espressioni un po’ fumose. Sembrano dense, ma in realtà non vogliono dire niente. (Potrò sembrare cocciuto, ma non demordere nel tentativo di convincermi.)
[Su Socrate: io non ne sono del tutto convinto. Credo anzi che ci sia meno libertà di interpretazione nel modello di vita di Socrate che in altri. Forse proprio Socrate è l'esempio paradigmatico che vivere secondo filosofia (cioè secondo i risultati del metodo) richieda una particolare abdicazione, o per lo meno una ridefinizione radicale, del proprio orizzonte di normalità. In quale mondo una persona sana di mente starebbe ad attendere la propria morte, quando potrebbe evitarla assumendo un buon avvocato o semplicemente fuggendo in un'altra città? Chi veramente riesce a interiorizzare che è più felice chi subisce ingiustizia che chi la commette? E le pagine dei Dialoghi contengono molte di queste verità morali assolutamente controintuitive sia per il greco dell'epoca, che per molti di noi al giorno d'oggi. Ebbene, io credo che Socrate sia l'esempio lampante che filosofia e vita sono due cose distinte. La filosofia, il metodo, nel suo caso prescrive ciò che si dovrebbe fare. D'altro canto, ciò che la filosofia prescrive, ha le maggiori probabilità di condurci a ciò che desideriamo, cioè la felicità. Quindi dobbiamo fare come dice la filosofia, anche se quello che la filosofia prescrive dovesse andare contro la vita come l'abbiamo vissuta fino a quel momento. Troviamo infatti spesso in Platone questa affermazione, che Alcibiade ubriaco rinfaccia al suo amato Socrate nel Simposio: quando te lo trovi davanti, ti mette in una condizione tale che ti sembra di non aver vissuto degnamente la tua vita. Aderire alla filosofia richiede forza di volontà, robustezza di carattere e di fisico. E dalla filosofia non si può scampare: o Callicle crederà alla filosofia, oppure resterà perennemente in contraddizione con se stesso.]
Che dopo aver conosciuto la filosofia, indietro non si torni, e la vita non sia più la stessa, scusa ma mi sembra una cosa o banale o falsa. Conosciamo tutti la filosofia ai licei, ma il 90% poi vive benissimo senza saperne di più. Anch’io dopo che ho comprato un Mac posso dire che la mia vita non è la stessa e probabilmente non tornerei indietro… Potresti obiettarmi che la filosofia non è quella dei licei? Forse. Ma allora continuo a chiederti, perchè non ho ancora capito la risposta: cos’è la filosofia?
(E non rispondermi: un ragionare, un criticare, un mettere in dubbio… cioè ancora con criteri “formali”!)
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PS: da notare che i post con più commenti in assoluto, su questo sito, sono opera di Filippo! Continua così!
novembre 30th, 2011 - 13:16
Quando parlo di “esperienza di vita” parlo della quotidianità, della nostra vita tutti i giorni. È qui che si vede la differenza con l’esempio da te citato: compro un nuovo computer e la mia vita cambia perché non posso più farne a meno, ma ho sempre la possibilità di spegnerlo e fare altro. Così non è con la filosofia: leggo un giornale, parlo con un amico, sento una notizia in televisione, discuto di arte, etc.; in tutte queste attività mi porto appresso quello che potremmo chiamare “atteggiamento filosofico”. Ora, tu vuoi una definizione e mi obietti di aver dato solo qualche sparuta indicazione formale. Ma tu stesso, definita la filosofia come “problematizzazione dell’ovvio”, poi non fai che dire che il discrimine tra esse e l’altro da essa (il normale interrogarsi di tutti, tutti i giorni) è “il rigore della formazione filosofica”. In questo senso, se io sono formalista (etichetta che rigetto e che mi pare, detta così, anche un po’ oscura), tu lo sei molto più di me! In ogni caso, rigetto l’etichetta di formalismo, perché quell’atteggiamento di cui parlavo sopra (1) non è paragonabile all’applicazione (nel senso “meccanico” di cui parlavo nel mio articolo) di una regola; (2) non è nemmeno paragonabile all’azione inconscia di qualcosa che abbiamo interiorizzato e che agisce alle nostre spalle (non che questi due punti siano in ogni caso da cestinare, ma essi non danno il significato pieno di quello che mi sembra essere l’esperienza filosofica). Il punto è che si sente la necessità di agire in un determinato modo; si sente di non poter non analizzare a fondo le questioni, i problemi, etc. Cosa intendo dire con questo “si sente”? Che siamo consapevoli di questo nostro stato, di cui non si può fare a meno.
Se mi chiedo di cosa sto parlando, ti rispondo che, innanzitutto, parlo della mia esperienza personale. Anche se credo che questo discorso possa essere esteso a molti altri. Prendiamo Socrate: mi pare che da quanto tu scriva emerge l’esatto opposto della tua tesi esplicita. Tu sostieni “che Socrate sia l’esempio lampante che filosofia e vita sono due cose distinte”. Ora, non capisco se questo si riferisce direttamente a Socrate, oppure intendi dire che poiché Socrate ha fatto una brutta fine, allora si deve scindere la filosofia dalla vita. Al primo corno del dilemma rispondo dicendo che questo non può essere vero per Socrate. La sua morte dimostra che in lui filosofia e vita fanno uno. Per rimanere coerente con il suo insegnamento, egli è disposto ad accettare la sentenza della città: se per lui la filosofia fosse altro dalla vita, avrebbe potuto mettersi in salvo e, a quanti gli avrebbero rinfacciato la mancanza di coerenza, avrebbe potuto dire: una cosa è la filosofia, un’altra è la vita… Sul secondo punto: questo dipende dalle circostanze particolari della vicenda-Socrate. Non si può dire a una persona che non deve credere nei suoi ideali, perché molte persone sono morte per non abiurare alle loro idee!
Quello che tutti i miei interventi volevano sottolineare è l’impatto esistenziale che la filosofia ha nelle vite di chi la pratica. Nulla di più. Vuoi una definizione? Potrebbe andare bene anche quella che dai tu, a patto però di non fossilizzarla. Se poi ci preoccupiamo di rendere più spendibile ciò che studiamo, questo è un altro discorso, che io nel mio pezzo non intendevo fare (tuttavia non ne disconosco l’importanza).
novembre 30th, 2011 - 19:10
Oh, e finalmente! Questa è la risposta che volevo! Ti ci voleva tanto? :p
Due precisazioni:
1) il mio discrimine non è per nulla formale. Tra il banale interrogarsi di tutti i giorni e l’interrogarsi filosofico c’è di mezzo una formazione specialistica nel campo della filosofia. Quella che hai studiato al liceo. Quella che hai frequentato all’università.
2) Su Socrate. La questione è secondo me più delicata. Io ti criticavo uno dei due corni del problema, cioè l’identità di filosofia e vita. Socrate non ha scelta, nel senso letterale. Questo perché la filosofia esercita una pressione costrittiva, che si esplicita nella forza costrittiva dell’elenchos. Non si tratta di ideali o idee soggettive, ma della forza delle conseguenze logiche. Io sono libero di agire secondo le mie credenze ma, nel momento in cui la filosofia, cioè il metodo, prova che una delle credenze che professo è incoerente con altre mie credenze, io non ho via di scampo: o abiuro la posizione precedente, oppure resterò in perenne contraddizione con me stesso (e sarò incapace di azione; v. Callicle nel Gorgia). Filosofia e vita sono due cose distinte finché non arriva la filosofia. Una volta che la filosofia ha dimostrato l’incoerenza dei presupposti su cui si basa la nostra vita, siamo costretti a seguire la filosofia. Allora sì, vita e filosofia sono inscindibili, e la vita diventa la filosofia. Sono più scettico sul fatto che la filosofia possa diventare vita. L’elenchos socratico è fondamentalmente “pessimista”: si approccia alla vita come a un insieme pieno di incoerenze da emendare – e in questo caso filosofia e vita non sono la stessa cosa: ma questa condizione è la condizione normale di ogni essere umano. Può sembrare cavilloso, ma non mi sembra peregrino. (Comunque, non è questo il luogo e il motivo per un’analisi approfondita della faccenda, non vorrei andare fuori argomento.)
Da questo punto di vista, il paragone con Socrate calzerebbe quando dici che, una volta conosciuta la filosofia, non si torna più indietro. Ma, dal mio punto di vista, ciò presuppone che: a) prima dell’incontro, filosofia e vita siano due cose distinte; b) in senso stretto, non è logicamente possibile tornare indietro: la forza coercitiva dell’evidenza veritativa del metodo filosofico impone alla vita di modificarsi in modo da seguire la filosofia. L’ostinazione di Socrate di fronte al processo e alla morte non va secondo me letta come un eroico assumersi la responsabilità delle proprie convinzioni morali: si tratta della fisica impossibilità di sfuggire alla logica evidenza della necessità di comportarsi in tal maniera. L’oggettività dell’orizzonte morale, cui la filosofia conduce (non è Socrate, o Callicle, ma la filosofia, che dice queste cose!), impone alla vita di comportarsi in detto modo.
Quel che cambia oggi, presumo, è che abbiamo indebolito questo legame forte e ci riteniamo liberi dalle conseguenze logiche della filosofia. Se la filosofia prescrive che è più felice chi subisce ingiustizia che non chi la riceve, nondimeno riteniamo possibile fare ingiustizia. Per non parlare della nostra convinzione che ogni atto giusto scontenti sempre (sia un’ingiustizia verso) qualcuno. Non so se sono riuscito a esprimere bene il concetto, me ne scuso altrimenti.