Sul concetto di “applicazione della filosofia”
Postato il 27 novembre 2011, da Filippo Costantini

Qualche giorno fa stavo comodamente seduto con degli amici in un locale. Mentre fuori pioveva a dirotto, la birra e una discussione filosofica ci parevano i modi migliori per scaldarci di fronte al gelo di un incombente inverno. Tutto procedeva per il meglio, finché la discussione si inceppò in un punto alquanto spinoso. La domanda attorno alla quale ci eravamo soffermati e che tanto ci stava appassionando era la seguente: applicate voi la filosofia al di fuori dell’università, alla vostra vita quotidiana e privata?

Potrebbe sembrare una domanda banale e scontata, e infatti appena fu posta cominciarono a sentirsi risposte del tipo: ‹‹si, io cerco di farlo il più possibile››; oppure: ‹‹a volte mi riesce, mentre altre no››; o ancora: ‹‹se non si applica la filosofia alla propria vita, non vale nemmeno la pena di studiarla…››.

Dinnanzi a cotanta sapienza me ne sono stato nel mio cantuccio a rimuginare in silenzio. C’era qualcosa in quella questione che mi turbava, ma in quella circostanza non riuscivo a metterla a fuoco. Così mi portai l’interrogativo fino a casa dove, seduto di fronte la mia scrivania, le cose cominciarono a farsi più chiare e a disporsi nel loro giusto ordine.

Letteralmente “applicare” significa “mettere in pratica”. L’implicito di tale espressione è che si è in possesso di un qualche cosa (x), che può essere una teoria o uno strumento, e che poi viene utilizzato nella pratica (viene applicato, appunto). In questo modo vengono utilizzate espressioni come “applicare una regola, un regolamento, una legge, una formula matematica, un metodo, etc.”. Ciò che viene applicato risulta quindi essere uno strumento (un mezzo) attraverso cui tentare di giungere ad uno scopo: si applica una formula matematica per risolvere un problema; si applica una legge [...]

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Quanto fa bene Fantasyland
Postato il 16 agosto 2011, da Filippo Costantini


Fonte dell’immagine: pagina ufficiale di Facebook della trilogia de “Il signore degli anelli”

[Tutte le citazioni sono prese dall’articolo di Odifreddi sotto menzionato].

Nell’ultimo numero de L’Espresso (L’espresso n°33, anno LVII, del 18 agosto ’11, pag. 95) è apparso un articolo di Piergiorgio Odifreddi dal titolo Quanto fa male Fantasyland, nel quale veniva commentato un botta e risposta tra Umberto Eco ed Eugenio Scalfari sul ruolo della finzione letteraria.

La tesi di Odifreddi è che ‹‹sia Eco che Scalfari, da  umanisti, tendano a sottovalutare l’effetto deleterio che dosi massicce di finzione finiscono per avere sul principio di  realtà››. A ciò segue una lunga lista di quello che viene chiamato il ‹‹mercato dell’illusione››: dai cavoli e dalle cicogne  con i quali si tenta di spiegare ai più piccoli come nascono i bambini, agli angeli e demoni e ai castighi divini della  religione; dai miti omerici, passando per Socrate e il suo daimon, Dante, fino a giungere ‹‹ai deliri idealistici di Hegel e  Croce››; dalle saghe de Il Signore degli AnelliHarry Potter fino ad approdare alle fiction televisive. L’effetto di tutto ciò è duplice: da un alto una società che non vive nella realtà perché immersa nella finzione; dall’altro una società che la realtà nemmeno la conosce.

La prima cosa che si nota è l’arbitrarietà con cui è compilata la lista delle “finzioni”: Odifreddi tratta allo stesso modo cose fra loro molto diverse, come possono essere la filosofia hegeliana e le fiction televisive. L’effetto di tale omologazione è quello di ridurre tutto a livello di mera finzione, di “bugia di intrattenimento”,  tralasciando qualsiasi valore simbolico e veritativo che le narrazioni mitiche, religiose e filosofiche possono avere.

In realtà, il motivo per cui vengono messe sullo stesso piano cose tanto differenti fra [...]

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POSTILLA NON SCIENTIFICA SULL’ARCHITETTURA
Postato il 8 luglio 2011, da Filippo Costantini

Riporto qui alcune brevi riflessioni sull’architettura, maturate dopo la lettura dell’articolo di Giorgia Bordoni, Forsennare lo spazio urbano: la chance del politico nel materialismo della chora, che uscirà nel  volume Post3: lo spazio. [Le citazioni sono prese dall’articolo in questione].

Sulla scorta del pensiero di Derrida, l’autrice sottolinea la necessità di ripensare l’architettura attraverso la    “decostruzione”; di dare vita, cioè, a un’architettura “decostruttiva” dei cardini portanti sui quali essa  storicamente si è fondata. Il punto principale da decostruire è il “paradigma della finalità”, quello per cui  un’opera è rinchiusa nello scopo per cui essa è costruita, scopo che ne informa il progetto imbrigliandolo  all’interno di una struttura rigida e immobile. Tale struttura non può non farci incontrare l’altro all’interno di schemi fissi, che non ce lo fa venire incontro mai come esso è, ma sempre mediato dallo spazio in cui ci troviamo. È per questo che l’architettura decostruttiva, ovvero un costruire decostruendo, deve aprire uno spazio che, con le parole dell’autrice, sia il ‹‹più desertico e sconfinato possibile: al fine di lasciare ad altri la libertà di venire senza essere previsto››. Poiché ‹‹una certa assiomatica dell’edificazione urbana presuppone una determinata connotazione del rapporto politico ed informa in modo altrettanto definito la modalità dell’incontro fra con-cittadini››, l’architettura dovrà essere pensata in modo tale da lasciare che l’altro si presenti a noi in quanto altro, e non imbrigliato in forme che lo modificano. In questo modo la decostruzione sposta ‹‹in una posizione subordinata i criteri centrali sui quali si è sempre costituita ogni teoria dell’architettura (abitabilità, funzionalità, valore estetico, politico, teologico, sociale, ecc.) e lascia che l’architettura si faccia cassa di risonanza dell’indecidibile e dell’inattuale alterità […]››.

A mio parere, come ben sottolineato da Gadamer in Verità e metodo, vi sono due punti, nel [...]

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Si può realmente controllare chi comanda?
Postato il 6 giugno 2011, da Filippo Costantini

Se la democrazia è la forma di governo in cui il potere è posto sotto controllo (vedi art. Perché la democrazia?), allora urgente sarà la questione di come controllare, nel concreto, coloro che detengono tale potere. Tuttavia, posto il problema in tali termini, ci imbattiamo subito in una grossa difficoltà: sembrerebbe, infatti,  che un tale controllo sia impossibile da attuarsi, nella misura in cui chi controlla non può non costituire, a sua volta, una forma di potere. Definiamo, qui, il “potere” di x su y la capacità di x di influenzare volontariamente l’operato di y. E il controllore, facendo rispettare la legge a colui che detiene il potere, ne può influenzare l’agire. Ma se il controllore costituisce dunque una nuova forma di potere, allora chi controllerà il controllore? In altre parole, non è forse paradossale il controllo del potere, nella misura in cui esso assume le stesse vesti e fa uso delle medesime metodiche del potere che tenta di controllare?

Certamente alcune forme di potere possono essere controllate meglio di altre: per esempio un governo potrebbe essere controllato dal parlamento, se quest’ultimo non fosse nominato dallo stesso capo del governo, ma fosse eletto e quindi dovesse rispondere, direttamente ai cittadini. Questi ultimi, a loro volta, controllerebbero, mediante il loro voto, il parlamento. Vi sarebbe poi la magistratura a controllare tutti i cittadini, compresi i magistrati stessi. È chiaro dunque che, sul piano pratico, non si avrebbe alcun regresso all’infinito nel controllo, come invece sembrava insinuare la domanda “chi controllerà il controllore?”.

Se è pensabile una forma di controllo verso tali tipi di potere, sembrerebbe più difficile poter controllare altri tipi di apparati, quali il sistema economico, l’apparato tecnico-scientifico, etc. Tali strutture procedono secondo [...]

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Perché la democrazia? La risposta di K. Popper
Postato il 29 maggio 2011, da Filippo Costantini

«Chi deve comandare?»: senza dubbio questa sembra essere stata la questione principale di ogni teoria politica, da Platone in poi; ma sembra anche essere la questione che ogni cittadino si pone nel momento in cui è chiamato al voto. È nota la risposta che diede Platone: devono comandare i filosofi. E, dopo di lui, una lunga schiera di teorici della politica hanno risposto: deve comandare il migliore, il re voluto da Dio, la casta dei sacerdoti, il popolo, fino a giungere ai drammatici esiti del Novecento, quando si è detto che a comandare dovesse essere la “razza ariana”. Già dopo queste primissime battute, «Chi deve comandare?» si rivela veramente come la domanda su cui si è costruita la teoria politica occidentale. Eppure, secondo Popper, questa è una domanda “irrazionale”. Chi si pone tale questione va infatti alla ricerca di della Ragione per cui a comandare deve essere uno piuttosto che un altro, quando in realtà, sostiene Popper, non esiste alcuna ragione per cui uno debba di necessità comandare. La domanda è irrazionale poiché ci spinge alla ricerca di qualcosa che non esiste. Non esiste alcun fondamento assoluto ed incontrovertibile che possa legittimare il governo di una persona, di un gruppo o di un intero popolo. Ed è proprio verso questo “fondamento assoluto” che la tale domanda ci spinge: infatti, il presupposto di un tale domandare è che chi viene additato come colui che deve comandare, una volta assunto il potere, lo possa gestire senza alcun limite: tale questione sottende una teoria della sovranità incontrollata.

Se la domanda «Chi deve comandare?» è irrazionale, con quale questione la sostituiremo? «Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano [...]

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