Dall’archivio di Post n° 3: Vittorio Cavallini & Nicola Martini

  

Nicola Martini & Vittorio Cavallini

in conversazione con Davide Daninos

 

IMG_9234 copia

Vittorio Cavallini – Nicola Martini, Bassa densità e due movimenti, 2011. Cemento, argilla espansa, ferro. Courtesy: gli artisti. Foto: Jacopo Menzani.

  

Davide Daninos: Mi piacerebbe iniziare a parlare di Spazio in relazione al luogo in cui siamo adesso. Mi puoi raccontare dove ci troviamo?

Vittorio Cavallini: Lo spazio è un fienile degli inizi del ‘900, che faceva parte dell’unità abitativa in cui ho vissuto per sei o sette anni, dal 2000 al 2006. Poi ho lasciato l’abitazione, ho tenuto solo il fienile, e ho incominciato a lavorarci dentro e intorno: ho creato un orto esterno, ho fatto dei cambiamenti all’interno poiché era abbandonato. L’ho pulito più volte e l’ho reso uno spazio fruibile. Poi l’ennesimo cambiamento, forse quello più decisivo, è stato quando Nicola, insieme a Jacopo Menzani, ha cominciato a condividere con me questo spazio.

DD: E da lì è cambiata la modalità.

VC: Da lì è cambiato lo spazio. Io mi accontentavo di avere una situazione pulita ma non era del tutto vivibile. In terra non c’era pavimentazione. Il mio modo di lavorare era diverso e mi andava bene così. Poi sono arrivati loro ed è venuta l’esigenza di creare una pavimentazione. Abbiamo rifatto il portone per l’entrata, abbiamo portato un po’ di roba e buttato via altrettanta. Perciò è cambiato ulteriormente. Abbiamo pensato ad uno spazio per lavorare, mentre io inizialmente l’avevo pensato come spazio dove venire a pensare. Sono sempre stato interessato a questo come un luogo che mi dava la possibilità di vivere insieme alle piante, in continuo rapporto con le stagioni. La cava è sempre stata importante fin da quando ho deciso di venire a stare qui. Per un momento è stato il senso archeologico della zona che mi ha colpito. Tutto questo parallelamente al mio lavoro; che è sempre partito da qui. Io voglio sperimentare dentro lo studio e fuori, nel verde, per poi portare queste esperienze in spazi lontani; non l’ho mai vissuto come studio di scultura o studio d’artista. Più come luogo dove venire a nascondermi.

 

Vittorio Cavallini – Nicola Martini, Bassa densità e due movimenti, 2011. Cemento, argilla espansa, ferro. Courtesy: gli artisti. Foto: Jacopo Menzani.

  

DD: E tu, Nicola, come sei arrivato in questo spazio?

Nicola Martini: Io sono arrivato nella fase intermedia che aveva iniziato a descrivere Vittorio. Noi ci eravamo appena conosciuti, da un paio di mesi, dopo un laboratorio che avevamo frequentato insieme. Poi ho cominciato a venire qua. I primi lavori che ho iniziato a fare in questo spazio hanno sancito un blocco, una nuova partenza per il mio lavoro, una strada che sto seguendo tutt’ora. Si può dire che sia partito tutto da qua. Ho sempre considerato lo studio, oltre al fienile, ovunque. Ho iniziato a fare i primi lavori nella cava stessa, con questi innesti di cemento e di malta all’interno dei fori, degli interstizi naturali. Ho sempre sentito questo posto. Ha sempre avuto la capacità di parlarmi, in qualche modo. Di conseguenza l’ho vissuto con molto rispetto. Il fatto di aprirlo e di portarci altre persone è sempre stata una cosa che ho avuto bisogno di controllare. Ho cercato di portare solo chi potesse apprezzarlo. In seguito abbiamo organizzato un laboratorio scegliendo un gruppo di artisti, di cui facevamo parte noi due, Jacopo Menzani, Luigi Presicce, Andrea Kvas e Attila Faravelli. Tutte persone che sapevo potessero recepire questo dato. Abbiamo iniziato a lavorare insieme, a darci una mano. In modo che non solo crescesse il lavoro finito, ma che crescessimo noi di conseguenza al lavoro. Il lavoro era un tramite che ha permesso a noi di unirci, di andare avanti. Tra tutti noi era scattata qualcosa. Abbiamo riconosciuto la rarità di trovare persone con cui non solo sei in grado di lavorare, ma su cui puoi contare se hai bisogno di aiuto per qualsiasi cosa. E qui subentra il concetto dell’esperienza laboratoriale, che è poi il lavoro; anche se l’uno è indipendente dall’altro, c’è sempre presente questa macchina che viene messa in moto, senza sapere dove andremo, senza sapere niente, ma con una fiducia molto rara nei confronti di qualcosa che neanche noi sappiamo che cos’è.

DD: Vittorio, volevo sapere come è cambiato il processo del tuo lavoro dopo l’entrata di Nicola e Jacopo. Come ti rapporti adesso con lo studio, e con lo spazio della cava?

 

Vittorio Cavallini - Nicola Martini, Senza Titolo, 2011. Cemento, rame, gomma Damar, legno di larice, acido cloridrico. Courtesy: gli artisti. Foto: Jacopo Menzani.

Vittorio Cavallini – Nicola Martini, Senza Titolo, 2011. Cemento, rame, gomma Damar, legno di larice, acido cloridrico. Courtesy: gli artisti. Foto: Jacopo Menzani.

 

VC: Il mio lavoro è cambiato sicuramente. Forse l’approccio, e il modo di pensarmi come uno che lavora, è rimasto lo stesso. Mi si sono aperte invece delle possibilità, visto che non ero più solo; mi si sono liberati dei blocchi che mi portavo dietro e ho potuto vedere diversi processi osservandoli con curiosità. La vita qui è cambiata molto; il livello di produzione di lavori, di immagini e di possibilità è aumentato. Anche l’esterno è cambiato: la cava non la vivo più come se fossi un archeologo. Ora è qualcosa su cui mettere i piedi e costruirci qualcosa. Posso dire che tutto è nuovo. Lo studio è rimasto per me uno spazio diverso dall’abitazione; qui posso pensare in modo diverso, posso fare esperimenti con qualsiasi materiale. Lo studio è la sommatoria di quello che faccio qui dentro con quello che faccio all’esterno. Nel fienile ho tutta una serie di stimoli ben diversi rispetto a quando sono a Milano, o a casa. Rimane comunque un laboratorio. Un bellissimo laboratorio. Il mio lavoro è sempre nato dalle situazioni che ho vissuto, non è mai iniziato dalla storia dell’arte o da una teoria. Prima la prassi poi la teoria; provo e riprovo, mi arrangio per migliorare la situazione, lo spazio che abito.

DD: E tu Nicola, come porti avanti il tuo processo di lavoro all’interno di questo spazio?

NM: Il processo di lavoro qui è multiforme: è una postazione dove tornare. Il lavoro che viene svolto qui non è semplicemente la materializzazione di qualcosa. Fa parte di un rituale: il fatto di entrare dentro al lavoro e di realizzarlo. Questo è un luogo dove tornare anche per muoversi nello spazio. Lo studio non è solo l’edificio, ma è ovunque: è la somma di tutti gli alberi, le piante e tutte le strutture che sono qui intorno. Quello è lo studio, ed è una componente del lavoro che viene prima di quella progettuale, mentale, che devono essere in sincrono ed in equilibrio. Lo studio ha visto il processo con cui lavoriamo con questo spazio, con un senso di rispetto per il luogo e per l’approccio al lavoro. Quindi questo spazio è in compartecipazione con il lavoro stesso.

 

Vittorio Cavallini - Nicola Martini, Bassa densità e due movimenti, 2011.  Foto: Jacopo Menzani. Courtesy: gli artisti.

Vittorio Cavallini – Nicola Martini, Bassa densità e due movimenti, 2011.
 Foto: Jacopo Menzani. Courtesy: gli artisti.

  

DD: Stiamo parlando dello Spazio proprio perché il tuo lavoro si relaziona continuamente con il tema dello spazio su vari livelli: spazio temporale, spazio mentale, spazio saturo, spazio denso…

NM: Il mio lavoro è lo spazio. Penso che qualsiasi cosa lo sia. Il mio lavoro sussiste anche senza di me e senza che io lo faccia. Quando ti trovi a vivere lo spazio in termini microscopici e macroscopici, tutto quello che fai, o non fai, è riferito a una certa entità spaziale, che sia misurabile o non misurabile. Questo lo stabilisci tu e dipende dalla dimensione che dai allo spazio. Lo spazio non è un tema e non è neanche un concetto, è una condizione. È un luogo o un non luogo. Non è detto che per spazio si debba intendere uno spazio percorribile o meno. Lo spazio è anche lo spazio mentale, lo spazio denso. Lo spazio è denso che sia uno spazio colmo d’aria o uno spazio invece estremamente saturo. È sempre uno spazio dato in qualche modo. È uno spazio da conquistare. Il mio lavoro verte proprio su questo: sul forzare queste dinamiche e processi che sono naturalmente esistenti; tentare di muovere l’intervallo percettivo da quello che noi comunemente abbiamo a un intervallo che è di nuovo strumento del lavoro. Il mio lavoro è considerare lo spazio come una serie di membrane porose e fare una sorta di grafico esploso, come con le assonometrie; il riconoscere che queste membrane sono permeabili al passaggio di materia l’una dentro l’altra; il conoscere l’impossibilità di isolare un ambiente, che sia un grano o uno spazio infinito. L’impossibilità di non permettere questi movimenti di materia. Mi scontro spesso con questi paradossi. Il mio sforzo non è titanico o romantico, ma è uno sforzo che mi permette di continuare a vivere e lavorare.

DD: La tua concezione dello spazio e dei processi del tuo lavoro si rapportano anche a quello espositivo. I tuoi interventi sono sempre stati fatti appositamente per gli spazi dove metti in mostra i lavori.  

NM: Sì, anche se il termine site specific è improprio. Perché tutto è specifico a qualcosa nel mio lavoro. Non lavoro per lo spazio ma lavoro con lo spazio stesso, c’è una sottile differenza che però diventa fondante nel mio processo di lavoro.

DD: Vittorio, l’elemento naturale che qui è ben presente, attraverso la campagna e la cava, ha un reale effetto sul tuo lavoro? Come ti influenza? Ti dà degli elementi su cui lavorare?

VC: Sì, tutto quello che c’è qui intorno. La cava è come una miniera da cui trarre materiale per lavorare; è adiacente al bosco, ed entrambi contengono vita. Intendo dire che ci sono gli animali e le piante, che lasciano tracce ovunque. Puoi non essere influenzato da questo? Non sei solo. Quando però lavoro in uno spazio diverso da questo, c’è tutto quello che ho vissuto qui ma anche quello che trovo avvicinandomi allo spazio che vado ad occupare. Per me è fondamentale; mi permette di mantenere viva la curiosità. Perché succede sempre qualcosa di nuovo. L’albero che ho visto per un anno in piedi ora è in terra. Questo mi cambia il paesaggio, lo spirito, il sentimento. E quando sono fuori, ripenso a quell’albero e a tutte le esperienze che faccio qui. Sono esperienze fondamentali per il mio lavoro perché mi aiutano a non annoiarmi e a non prendere il lavoro di artista come un qualcosa che ha un mezzo e un fine. Sentendo in me questi cambiamenti, e vedendoli per mesi interi, mi sento stimolato a cambiare quello che ho fatto fino ad adesso.

 

IMG_9282 copia

Vittorio Cavallini – Nicola Martini, Senza Titolo, 2011. Cemento, rame, gomma Damar, legno di larice, acido cloridrico. Courtesy: gli artisti. Foto: Jacopo Menzani.

  

DD: Le tue tecniche scultore sono sempre varie.

VC: Sì, i materiali che utilizzo dipendono spesso dalla disponibilità di quel materiale verso di me, nel farsi vedere o nel farsi trattare. C’è un momento in cui magari sto creando un vivaio con un po’ di piante, mi piacciono molto le piante, e scopro qualcosa. Queste scoperte sono per me essenziali, e con qualche passaggio diventano materiale per il mio lavoro.

DD: Si può dire che la casualità della natura, che è sempre in evoluzione, influenza la casualità della selezione dei tuoi materiali.

 

Vittorio Cavallini - Nicola Martini, Senza Titolo, 2011. Cemento, rame, gomma Damar, legno di larice, acido cloridrico. Courtesy: gli artisti. Foto: Jacopo Menzani.

Vittorio Cavallini – Nicola Martini, Senza Titolo, 2011. Cemento, rame, gomma Damar, legno di larice, acido cloridrico. Courtesy: gli artisti. Foto: Jacopo Menzani.

VC: Osservo quello che ho intorno e mi rendo conto che posso fare delle cose e non posso farne altre. Non ho la certezza che quello che mi piace in un luogo vada bene anche in un altro. Questo pensiero mi porta a non preferire un solo materiale o ad utilizzare un modo solo di proporre un qualcosa. Può essere da guardare o da vivere. Questa incertezza diventa anche il mio metodo. Può darsi che la prossima settimana faccia qualcosa che non mi sarei mai aspettato di fare. All’inizio non mi sento nemmeno di essere così affine a questa cosa; poi piano piano ci entro dentro. Ed è come ripartire da zero.

DD: Potresti parlare della tua concezione di Spazio; ne puoi dare una tua definizione?

VC: Io lavoro molto sulla modellazione dello spazio. Uno spazio non riesco mai a definirlo. Quando dico altezza, profondità e larghezza dico un po’ tutto, ma anche un centimetro è veramente profondo. Quando penso allo spazio penso alle possibilità, ai movimenti, a una forza di gravità, a un peso. Uno spazio può essere anche all’interno di una tavola. Io so che c’è però non lo vedo. Lo spazio in generale comprende tutto. È cosmico, comprende le galassie e tutto il resto; non voglio dire che quando lavoro penso alle galassie. Però quando sto osservando un vuoto, una cavità nella terra alla fine per me è come osservare una galassia, ed è sublime.

 

Vittorio Cavallini – Nicola Martini, Senza Titolo, 2011. Cemento, rame, gomma Damar, legno di larice, acido cloridrico. Courtesy: gli artisti. Foto: Jacopo Menzani.

 

DD: Questa estrema attenzione che ne deriva, dal particolare visto all’interno di un generale più grande, mi dà la sensazione di essere teso verso un ampliamento dello spazio visivo e mentale. Ed è una cosa che ho notato risultare forte nel tuo lavoro proprio grazie ad una attenzione costante alla riduzione: il cercare di togliere qualcosa per arrivare al nucleo, all’essenziale.

VC: Sì, questo lo considero molto in termini di energia: per arrivare al nucleo ci deve essere una dispersione di energie, un consumare, un usare, un togliere qualcosa. Come se togliessi a me stesso qualcosa di dosso per essere più leggero ed entrare nel vivo.

DD: Anche per te, Nicola, l’evoluzione continua della natura, ha dei parallelismi con il tuo lavoro e con i tuoi processi creativi?

NM: All’interno del processo di lavoro sono concepite queste cose. Il fatto è che considero il lavoro come un sistema che si autoalimenta e di cui io sono solo l’innesco. Sono l’operaio che lo mette in piedi. All’interno di questi concetti c’è il proliferarsi di strutture naturali; tutti i lavori che ho fatto qua erano in relazione con la strutture che compongono il bosco e la cava. Tutto questo è insito all’interno del mio lavoro, che io lo consideri in termini più matematici, di assiomi che poi si vanno a costituire anche dopo il mio intervento è una parte vera e fondamentale, che però lascio vivere da sola. È analogo l’approccio con cui mi riferisco ad uno spazio espositivo piuttosto che alla cava, o a spazi come il bosco o lo studio. Quando lavoro allo spazio e non per lo spazio è chiaro che ci siano delle differenze; e che le strutture che si vanno a comporre siano diverse. Il mio approccio nei confronti della materia però rimane lo stesso. Il fatto che alcuni lavori siano nella cava (quella, tu lo sai bene, non è mai un’ambientazione ma fa parte del lavoro) non è una finta.

 

Vittorio Cavallini – Nicola Martini, Senza Titolo, 2011. Cemento, rame, gomma Damar, legno di larice, acido cloridrico. Courtesy: gli artisti. Foto: Jacopo Menzani.

 

DD: Cioè non è una messa in scena?

NM: No, è una forzatura di alcune dinamiche che io vedo ovunque: il dare un’ipotesi a come funzionano le cose praticamente. Per un qualche strano dogma, che non hai scelto ma vivi senza che nessuno te lo abbia imposto (neanche tu stesso), credi in delle cose ciecamente che sono la base fondante del lavoro. Tutto quello che io faccio si basa su questo. È una questione di fiducia, che io ho a prescindere. È evidente che una similitudine con dei processi naturali sia inevitabile. Secondo me è inevitabile in qualsiasi lavoro uno faccia. Se ti trovi a dover posare a terra un mazzo di carte devi per forza confrontarti col fatto che ci sia una remota possibilità che sprofondi nella materia; anche solo che alcuni grani che ne compongono la massa lo facciano. Superficialmente, nel senso letterale ed etimologico, cioè in termini di superficie. È superficiale non considerare in qualsiasi intervento queste cose. Perciò la similitudine con il processo naturale è ovunque. Sono un operaio al servizio del lavoro e devo forzare queste dinamiche. Il processo naturale (e per processo naturale intendo tutto, anche i processi sintetici) ha questo dentro. È il mio punto di partenza, per me è fondamentale. Il processo naturale come altri processi si rifanno a questo salto iniziale in cui ho pienamente fiducia, sennò crollerebbe tutto il mio discorso. Non posso tradire quell’assunto, quel dogma. È tutto lì.

Pubblicato originariamente  su Post n°3 Spazio. Immagini, prospettive e mappe dell’abitare.

 

http://vittoriocavallini.tumblr.com/

http://nicolamartini.tumblr.com/

 

Vittorio Cavallini (1973) vive e lavora a San Miniato (PI). Tra le recenti mostre personali: nel 2011 Attraverso uno spazio denso togliendo qualcosa, Brown Project Space, Milano. Tra le ultime mostre collettive ricordiamo: nel 2013 Elephant Talk, Car DRDE, Bologna; Finte Nature, a cura di Giacomo Bazzani, Museo di Arte Contemporanea e del Novecento, Monsummano Terme (PT); Helicotrema, a cura di Blauer Hase, MACRO e Auditorium Parco della Musica, Roma. Oltre a proseguire la propria ricerca come artista visivo, è cofondatore insieme a Paola Mariani dello studio di design Vano Alto, presentato al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano nel 2013.

Nicola Martini (1984) vive e lavora a Parigi. Tra le recenti mostre personali ricordiamo: nel 2013 Sippe, kaufmann repetto, Milano, e NERVO VAGO, Museo Marino Marini, Firenze; nel 2012 Sur des situations multiples, a cura di Florence Derieux, Frac Champagne-Ardenne, Reims; nel 2011 Σ, a cura di Marco Tagliafierro, Viafarini, Milano e nel 2009-2010 Burial Deep in Surfaces, Brown Project Space, Milano. Tra le ultime mostre collettive: nel 2011 Anniversaire #4, Reims scenes d’Europe, a cura di Florence Derieux e Antoine Marchand, Frac Champagne-Ardenne, Reims e Artissima Lido, curato da Diego Perrone, Christian Frosi e Renato Leotta, presso Artissima 18, Torino; nel 2010 Argonauti, a cura di Andrea Bruciati, in occasione della VI edizione di ArtVerona e In Full Bloom, a cura di Antonio Grulli, Galleria Cortese, Milano.

Davide Daninos (1984) è critico e curatore indipendente. Dal 2012 è direttore artistico di Post.

  

  

I commenti sono disabilitati.