Dall’archivio di Post n°3: Paola Di Bella

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Paola Di Bella, Ex O.P.P. il parco di San Giovanni, 2012  

 

The worst sin towards our fellow creatures is not to hate them, but to be indifferent to them: that’s the essence of inhumanity.

G.B. Shaw, 1897, ii.

I reportage di Paola Di Bella raccontano una storia di solidarietà esemplare, le cui protagoniste sono la città di Trieste e il suo storico impegno alla tutela della dignità delle fasce deboli, che l’alienazione o l’arbitraria discriminazione rischiano di annichilire. Le sue immagini ci accompagnano, infatti, alla scoperta degli emblematici tentativi tesi a superare un oltraggio sociale, a cui sono sottoposte persone prive degli strumenti materiali per affrontare la quotidianità. L’esperienza locale di Trieste si rivolge a costoro, con l’obiettivo di trasformare contesti di vita e vite, intervenendo direttamente sul territorio attraverso l’integrazione tra le politiche sanitarie, quelle sociali, quelle del lavoro e della casa.

Tale intervento è attuato su aree circoscritte di edilizia pubblica, ove si dislocano servizi, prestazioni socio-sanitarie e si investe sul luogo stesso per costruirvi organizzazioni finalizzate alla cooperatività e alla condivisione delle esperienze. Il tutto però ancora all’interno di barriere invisibili, basate su patrimoni, professione e ceto sociale, estremamente difficili da eliminare a favore di una promiscuità che sembra essere lontana.

  

Paola Di Bella, Quadrilatero Rozzol Melara, 2011

  

La fotografa triestina inizia il racconto di questa materna cura evocando, attraverso le immagini dell’ospedale San Giovanni, l’atavica sensibilità che la città mantiene nei confronti dell’alterità. All’O.P.P. (Ospedale Psichiatrico Provinciale) si consolidò infatti il pensiero di Franco Basaglia (direttore della struttura dal 1971 al 1979), il cui lavoro condusse alla formulazione della legge 180. Promulgata nel 1978, essa decretò la chiusura dei manicomi togliendo alla psichiatria la gestione completa della vita dei pazienti, al fine di restituire loro la libertà come persone.

Oggi l’ospedale San Giovanni di Trieste non è che un agglomerato di padiglioni, dislocati all’interno di un parco ora pubblico, visibili a chiunque come memoria del luogo da cui partì la rivoluzione. Si tratta di edifici in parte riqualificati, liberati anch’essi come i loro internati, e restituiti alla città in qualità di servizi; in parte ancora abbandonati a loro stessi, a evocare il ricordo di un dolore inumano per una condizione che ha privato per secoli l’individuo della sua specificità.

  

Paola Di Bella, Ex O.P.P. il parco di San Giovanni, 2011

  

Paola Di Bella ci conduce poi ai confini della città, dove si trovano le aree dedicate all’accoglienza dei ceti meno abbienti, le quali si rivelano essere talvolta, nelle loro aspirazioni massime, delle chimere. Ne è un esempio Rozzol Melara, l’edificio monumento alla residenza, in cui la vita e la proprietà avrebbero dovuto essere interamente collettivizzate. Una sperimentazione urbanistica di periferia alternativa che intende superare, unendo i servizi fino a quel momento separati dall’utenza, il fallimento del suburbio dei due decenni precedenti. Essa si basa un progetto architettonico, il falansterio, le cui peculiarità si susseguono in un reportage che illustra l’ideale abitativo del suo utopico postulatore Fourier[1]. Si tratta di un colosso in calcestruzzo, asfalto e gomma costruito negli anni settanta e proposto come edificio-quartiere dotato di spazi di transito, zone collettive, negozi, luoghi di socialità e ambienti senza destinazione lasciati a uso delle necessità future. Eretto sul versante di una collina che guarda al mare e alla città come trofeo dell’armonizzazione tra gli individui e le loro esigenze, è invece l’emblema dell’esclusione sociale; un recinto di cemento che isola e include ciò che dentro vi accade, lo nasconde, lo rende privo di importanza e quindi eliminabile. Quel che auspicavano non è avvenuto e, all’ombra di un contenitore, la comunità insediataci convive con le difficoltà proprie di ogni quartiere non privilegiato.

  

Paola Di Bella, Il pianista Ater, 2011

  

L’Ater (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale) si sta impegnando a superare questi disagi, non solo a Rozzol Melara ma in tutti i quartieri popolari da essa gestiti, attraverso molteplici iniziative. Una su tutte è quella, nata in seno al programma Habitat, del portierato sociale che promuove la collaborazione tra il comune di Trieste, cooperative sociali, volontari e residenti per attivare una comunicazione concreta tra cittadini ed enti pubblici. Il portierato si situa all’interno del quartiere ed è presieduto da un residente stipendiato, che si fa carico delle necessità condominiali e collabora alla gestione di attività di socializzazione e di aiuto ai residenti tramite visite a domicilio e commissioni. Egli inoltre presidia la sicurezza degli inquilini di quel frammento di spazio popolare purtroppo spesso focolaio di problemi, che lo contrappongono ai quartieri in luce.

La sensibilità di Paola Di Bella ci permette, attraverso le sue fotografie, di uscire dall’ombra di questa partizione oppositiva, mostrandoci, tra le crepe e la fuliggine di modeste abitazioni, feraci micromondi, vite piene di storia che, grazie a questo coscienzioso aiuto, stanno ancora giocando liete la propria partita.

Vediamo talvolta affacciarsi a una finestra la serena compagnia di due volti, lo scambio di confidenze, il contagio di due vite; talaltra incorniciati da un infisso malandato ammiriamo, come in un quadro, nature morte di oggetti quotidiani disposti con attenzione e cura, e spesso, indumenti. Non meri panni stesi ma narrazioni di vite, in una equivalenza tra vestito e uomo: l’atto del vestirsi è infatti “il segno che separa l’uomo dall’animale”[2], ed è decisivo in tutti i processi di socializzazione.

Questo reportage cerca un’anima sotto un corpo architettonico e la trova, anche quando bussa alla porta di un piccolo interno che possiamo decisamente chiamare casa: vi abita un anziano pianista di navi da crociera che oggi, seguito nella cura delle sue necessità, ha ricreato la propria individualità nella sua collezione di libri, di dischi, di busti e di urne. Tutto in una stanza, nel salotto dei ricordi di una vita trascorsa muovendo da esperto le proprie dita su avorio ed ebano in mezzo a una sarabanda di uomini, chiacchiere e storie cui egli faceva compagnia. Vi campeggia un pianoforte e spartiti emergono prepotenti con i segni di un passato che rievocano in modo autentico; così come tutte le camicie che egli non deve più indossare, se non vuole, sono lì, ben stirate e appese, una accanto all’altra, anch’esse reliquie di quel che è stato.

Rubando il pensiero ad Alvar Gonzàlez-Palacios sul Mario Praz collezionista, si può dire che tutto sia lì “come il filo di Arianna nel labirinto della quotidiana esistenza” (Gonzàlez-Palacios, 1983, p. 273), filo del magico gomitolo che rende ogni individuo tale e che, pur nelle difficoltà dei tempi, si tenta di assicurare agli stipiti e ai polsi indistintamente, come e più possibile.

Roberta Alberti

 

Note

[1]François-Marie-Charles Fourier (1772-1837), pensatore politico francese, fu uno dei massimi esponenti del socialismo utopistico. Disapprovando l’intero sistema della moderna civiltà industriale, rea di portare con sé crisi economiche e miseria, postulò un’idea di ricostruzione sociale fondata sul “principio di attrazione” e sulla conduzione della vita in modo collettivizzato. Il luogo deputato a tale associazionismo avrebbe dovuto essere il falansterio, un vasto fabbricato per circa 1600 persone, con dormitori, refettori, laboratori, teatri, biblioteche e ogni altro servizio utile a soddisfare le esigenze dei suoi residenti.

[2] La formula citata è notoriamente attribuita al marchese Condorcet. A tal proposito si vedano: Deslandres (1976, p. 14) e Monneyron (2006, p. 77).

 

Bibliografia

Deslandres, Y. (1976), Le costume, image de l’homme, Albin Michel, Parigi.

Gonzàlez-Palacios, A. (1983), La cultura dell’ignoranza, Allemandi, Torino.

Monneyron F. (2008), Sociologia della moda, Laterza, Roma-Bari.

Shaw, G. B. (1901), The Devil’s Disciple, in Id. Three Plays for Puritans, Herbert Stone & Co., Chicago.

 

www.ater.trieste.it

www.paoladibella.com

Paola Di Bella (1983), laureata in grafica e fotografia presso la facoltà di architettura di Firenze, lavora come fotografa freelance realizzando reportage su Architettura, Scienza, Tecnologia e Società.

Roberta Alberti (1984), laureata in lettere moderne e scienze dell’antichità, vive e lavora tra Treviso e Venezia occupandosi di fotografia e collezionismo antiquario.

 

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