Debito
Postato il 4 gennaio 2012, da Leonardo Ebner

Di Paul Krugman.

Nel 2011, come nel 2010, l’America è stata tecnicamente in ripresa ma ha continuato a soffrire per la disoccupazione disastrosamente alta. E per buona parte del 2011, come nel 2010, quasi tutte le conversazioni a Washington parlavano di qualcos’altro: la questione, ritenuta urgente, della riduzione del deficit di bilancio.

Quest’errato obiettivo la dice lunga sulla nostra cultura politica, in particolare su quanto il Congresso sia distante dalle sofferenze degli Americani comuni. Ma rivela anche qualcos’altro: quando la gente a Washington parla di deficit e di debito, generalmente non ha idea di che cosa sta parlando – e le persone che parlano di più capiscono di meno.

Forse in modo quasi scontato, gli “esperti” economici nei quali la maggior parte del Congresso confida hanno ripetutamente, completamente sbagliato riguardo agli effetti sul breve periodo del deficit di bilancio. Quelli che ricavano le proprie analisi economiche da gente come l’Heritage Foundation* attendono da quando il presidente Obama è entrato in carica che la previsione del debito mandi i tassi d’interesse alle stelle. In qualsiasi momento!

E mentre loro stavano aspettando, questi tassi sono caduti ai minimi storici. Potreste pensare che questo per i politici metta in discussione la scelta degli esperti – cioè, lo potreste pensare che se non sapeste nulla della nostra postmoderna, surreale politica.

Ma Washington non è confusa solo sul corto periodo; è confusa anche sul lungo periodo. Se il debito può essere un problema, il modo in cui i nostri politici e sapientoni pensano il debito è sbagliato, ed ingrandisce le dimensioni del problema.

I “pessimisti del debito” dipingono un futuro in cui saremo impoveriti dalla necessità di restituire il denaro che abbiamo prestato. Vedono l’America come una famiglia che si è indebitata troppo per un mutuo, e ha difficoltà a versare i pagamenti mensili.

Questa è, tuttavia, un’analogia davvero errata, almeno per [...]

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Imparare a narrare il magico. Iris Touliatou e Jonatah Manno. Brown Project Space ad Artissima Lido.
Postato il 5 dicembre 2011, da Davide Daninos

Abbondano i sistemi incredibili, ma di architettura gradevole o di carattere sensazionale. I metafisici di Tlön non cercano la verità, e neppure la verosimiglianza, ma la sorpresa. Giudicano la metafisica un ramo della letteratura fantastica. Sanno che un sistema non è altro che la subordinazione di tutti gli aspetti dell’universo a uno qualsiasi degli aspetti stessi.

Jorge Luis Borges.1

Così:
la proiezione nel cervello del sistema dialettico di oggetti
nella creazione astratta
nel pensiero
produce metodi dialettici di pensiero – il materialismo dialettico -
FILOSOFIA.

Allo stesso modo:
la proiezione dello stesso sistema di oggetti – nella creazione concreta – nella forma
produce
ARTE.
Sergei Eiseinstein. 2

 

Imparare a narrare il magico. Iris Touliatou e Jonatah Manno, 2011. Veduta parziale della mostra. Brown Project Space ad Artissima Lido, 2011. Foto: Andrea Rossetti. Courtesy: gli artisti, Brown Project Space e Duve Berlin.

 

All’interno della cornice di Artissima Lido, Brown Project Space presenta, nel suo formato classico, una doppia personale di un artista italiano e un artista straniero a confronto.

Basando i propri racconti sulla relazione tra messa in scena architettonica e misticismo, Jonatah Manno e Iris Touliatou mostrano varie declinazioni di come una narrazione del magico può prendere forma. Entrambi si confronteranno con la rievocazione di elementi attinti dalla storia delle costruzioni umane e da mitologie passate e contemporanee, filtrandole attraverso la loro pratica dell’immaginazione.

La messa in scena è la costruzione di una determinata contingenza che utilizza parametri spaziali e temporali più o meno simili alla realtà. Se intendiamo con Magia l’interesse a cambiare il reale, controllandolo e componendolo attraverso l’immaginazione, inventare la realtà è ciò che unisce magia e narrazione, il magico alla messa in scena.

Il rituale è un atto, o un insieme di atti, eseguito secondo [...]

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I mercati non guardano affatto lontano
Postato il 1 dicembre 2011, da Bruno Bonizzi

Fonte dell'immagine; http://www.ablemuse.com/v7/images/features/looking-forward.jpg; particolare

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi scrivono sul corriere di oggi un breve editoriale il cui titolo afferma che ciò che conta è “la qualità”. In questo editoriale si dice, in buona sostanza, che il futuro dell’euro e dell’economia mondiale dipenderebbe dalla manovra di Monti di lunedì. La manovra, peraltro, non è importante in termini di quantità, ma di qualità: se qualitativamente sana, la manovra non ci farà piombare in recessione a causa di politiche deflattive, ma anzi darà un segnale di cambiamento che risolverà tutto quanto.

Quali sono gli indirizzi positivi che propongono Alesina e Giavazzi? Dovremmo far capire che “l’Italia ha capito l’origine dei suoi mali”: dobbiamo lavorare di più, pagare le tasse e ridurre l’assistenzialismo dello stato. Questo si ottiene aumentando subito l’età delle pensioni, introducendo normative sul lavoro ispirate alla cosiddetta “flexicurity”, tassando di meno il lavoro e di più gli immobili. Insomma la colpa è nostra, siamo pigri, perché andiamo in pensione troppo presto e siamo troppo assistiti. (La flexicurity è tra l’altro tornata proprio di recente al centro del dibattito sull’articolo 18 che vede tensioni interne al partito democratico tra Fassina, il responsabile economico, e Pietro Ichino, senatore e grande sostenitore della flexicurity).

Queste tesi non sono di certo nuove, già il 10 Maggio gli stessi Alesina e Giavazzi le sostenevano. Tuttavia esse sembrano essere, anche a una superficiale lettura dei dati, quanto meno dubbie: l’ISTAT dice che gli Italiani lavorano circa 38 ore settimanali, contro una media europea di 37 e una media tedesca di meno di 36; inoltre il rapporto tra ore retribuite e ore lavorate è di circa 1,16, sotto la media europea di 1,19, e anche qui all’estremo maggiore si trova la Germania con 1,22 ore.

Anche

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Sul concetto di “applicazione della filosofia”
Postato il 27 novembre 2011, da Filippo Costantini

Qualche giorno fa stavo comodamente seduto con degli amici in un locale. Mentre fuori pioveva a dirotto, la birra e una discussione filosofica ci parevano i modi migliori per scaldarci di fronte al gelo di un incombente inverno. Tutto procedeva per il meglio, finché la discussione si inceppò in un punto alquanto spinoso. La domanda attorno alla quale ci eravamo soffermati e che tanto ci stava appassionando era la seguente: applicate voi la filosofia al di fuori dell’università, alla vostra vita quotidiana e privata?

Potrebbe sembrare una domanda banale e scontata, e infatti appena fu posta cominciarono a sentirsi risposte del tipo: ‹‹si, io cerco di farlo il più possibile››; oppure: ‹‹a volte mi riesce, mentre altre no››; o ancora: ‹‹se non si applica la filosofia alla propria vita, non vale nemmeno la pena di studiarla…››.

Dinnanzi a cotanta sapienza me ne sono stato nel mio cantuccio a rimuginare in silenzio. C’era qualcosa in quella questione che mi turbava, ma in quella circostanza non riuscivo a metterla a fuoco. Così mi portai l’interrogativo fino a casa dove, seduto di fronte la mia scrivania, le cose cominciarono a farsi più chiare e a disporsi nel loro giusto ordine.

Letteralmente “applicare” significa “mettere in pratica”. L’implicito di tale espressione è che si è in possesso di un qualche cosa (x), che può essere una teoria o uno strumento, e che poi viene utilizzato nella pratica (viene applicato, appunto). In questo modo vengono utilizzate espressioni come “applicare una regola, un regolamento, una legge, una formula matematica, un metodo, etc.”. Ciò che viene applicato risulta quindi essere uno strumento (un mezzo) attraverso cui tentare di giungere ad uno scopo: si applica una formula matematica per risolvere un problema; si applica una legge per mantenere l’ordine sociale; l’arbitro applica il regolamento per garantire [...]

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Giuseppina Ronzitti a Ca’ Foscari
Postato il 19 novembre 2011, da Luca Bozzato

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Appianare il debito? La matematica non è un’opinione.
Postato il 9 novembre 2011, da Bruno Bonizzi

Fonte dell’immagine: http://blog.investireoggi.it/

 

Mai come in questi ultimi mesi abbiamo sentito parlare di debiti.
Il debito, in particolare quello pubblico, è il male assoluto da combattere, costi quello che costi.

A dire la verità, in Italia, il debito è sempre stato culturalmente qualcosa di estremamente negativo, non a caso possiamo dire bene di qualcuno che “non ha mai fatto debiti”.

Ma cos’è il debito nell’economia capitalistica?

Partiamo da uno schema stilizzato: esiste una persona che ha una buona idea, con possibili sbocchi imprenditoriali redditizi futuri. Per realizzarla deve però realizzare cospicui investimenti. Mettere i soldi di tasca propria, ammesso che li abbia tutti, porrebbe la persona in condizioni di grande rischio: anche ammettendo che l’investimento vada bene, infatti, investire significherebbe non avere denaro liquido per fronteggiare qualsiasi tipo di emergenza.

È così che allora, se ne ha la possibilità, la persona chiederà un prestito a una banca, fiducioso che il proprio investimento, una volta realizzato con profitto, garantirà per il pagamento della somma prestata. L’unica condizione è naturalmente che il tasso d’interesse non superi il profitto dell’operazione. In questi termini il debito non è altro che un’anticipazione dei profitti futuri, dei quali il creditore si assicura quanto meno una parte (rappresentata dal tasso di interesse sul debito).

Questo schemino, benché, estremamente semplificato, dà quanto meno l’idea che il debito è una componente assolutamente necessaria alla crescita economica. Senza debito, possiamo azzardare, non esisterebbe capitalismo.

Il debito pubblico, in fin dei conti, svolge funzione analoga a quello privato: serve a coprire quella parte di spesa pubblica che non è coperta dalle entrate. Il problema è tuttavia cercare di capire le circostanze in cui si forma. Se il debito pubblico fosse creato in condizioni di forte espansione fiscale dovuta a grandi progetti d’investimento, il debito, in fin dei conti, avrebbe una funzione [...]

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